Nell'ambito della 52esima edizione del Forum Ambrosetti a Cernobbio, sono stati presentati i risultati di uno studio promosso dal CNEL sulla fuga dei cervelli nel nostro Paese. Solo nel 2024 l'Italia ha perso quasi 150mila giovani lavoratori, eppure la maggioranza degli expat, ovvero l'83%, vorrebbe tornare in patria, a patto di riuscire ad avere salari più alti, mentre il 79% chiede più merito.
I primi risultati del rapporto del CNEL dal titolo 'Giovani Expat. Come farli tornare' è stato presentato dal Presidente Renato Brunetta al Forum TEHA di Cernobbio, ed ha raccolto oltre 2.500 risposte di giovani italiani all'estero tra i 18 e i 34 anni (di cui 1.803 analizzate in questa prima versione del Rapporto), con il 93% che possiede almeno una laurea.
I giovani italiani sanno quello che vogliono e lo dicono senza mezzi termini. Non sono disposti a rinunciare a tutele, garanzie per il futuro e diritti acquisiti, nel pieno rispetto di una cultura del lavoro e valorizzazione delle competenze.
Il CNEL si è rivolto direttamente ai giovani che hanno lasciato il Paese, con un questionario diffuso attraverso i propri canali e la rete di università, associazioni e comunità italiane nel mondo, per domandare le ragioni della partenza, il bilancio dell'esperienza e le condizioni alle quali prenderebbero in considerazione il rientro. L'indagine è stata realizzata per il CNEL da REF Ricerche con Questlab.
A rispondere è stata la parte più formata di una generazione: il 93% è laureato, con il 45% in possesso di una laurea magistrale, il 22% di un master, il 14% di una laurea triennale e il 12% di un dottorato. Il 58% ha lasciato l'Italia appena terminati gli studi, senza averci mai lavorato. Oggi l'87% dei rispondenti vive in un Paese europeo (il 60% nell'Unione europea, il 27% in Europa extra-UE) e l'8,5% in Nord America.
'Tutti parlano di giovani, ma quasi nessuno parla davvero con loro: noi abbiamo scelto di farlo', ha dichiarato il Presidente del CNEL. 'Abbiamo aperto un canale diretto di ascolto, una piattaforma di confronto stabile con chi vive e lavora all'estero, e la risposta è stata straordinaria per lucidità e nettezza. I nostri expat ci indicano un'agenda chiara, fatta di retribuzioni adeguate e riconoscimento del merito. Ora tocca al Paese dare risposte: alle imprese, prima di tutto, chiamate a scommettere sul capitale umano qualificato invertendo la debolezza della domanda, e alle istituzioni, per creare le condizioni di un ritorno non solo auspicato, ma conveniente'.
'Sedici miliardi l'anno di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove sono un'emorragia che nessuna economia della conoscenza può permettersi. Eppure, quasi due terzi di chi ha risposto dichiara che tra cinque anni sarà dove ci saranno le opportunità migliori: quindi anche qui, se sapremo crearle. Il talento italiano non manca mai all'appello. Tocca all'Italia meritarselo', ha concluso Brunetta.
Le condizioni necessarie affinché i giovani expat si convincano al ritorno sono un aumento consistente delle retribuzioni, la condizione più citata in assoluto, giudicata estremamente rilevante dall'83% dei rispondenti. Sommando i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo arrivano all'88% e il merito al 79%. Seguono gli incentivi al rientro con il 75% e la conciliazione tra vita e lavoro con il 72%, mentre alloggi accessibili e servizi pubblici efficienti, gli ambiti di competenza più diretta dell'attore pubblico, chiudono la graduatoria con il 63% e il 62%.
I dati di questo rapporto, inoltre, confermano il trend evidenziato anche in un altro studio, sempre del CNEL, del 2025, su 'L'attrattività dell'Italia per i giovani dei Paesi avanzati', dove si evidenziava che tra il 2011 e il 2024, in Italia, sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno, un vero e proprio esodo strutturale, e non episodico, che quantifica per l'Italia, una perdita importante della sua generazione più giovane e qualificata, che di fatto non viene compensata da analoghi arrivi, in quanto l'attrattività dell'Italia, per i giovani di altri Paesi, risulta essere molto bassa.
I giovani che scelgono di espatriare, quindi, lo fanno per le basse retribuzioni, che sono estremamente rilevanti per quattro rispondenti su cinque, seguite dalla cultura del lavoro giudicata arretrata e dalla scarsa valorizzazione delle competenze. Il 49% indica la lentezza della burocrazia e il 48% il peso di clientelismo e raccomandazioni, quota che cresce sensibilmente tra chi è partito dal Mezzogiorno. Alla domanda su quale singolo intervento avrebbe la precedenza assoluta, oltre la metà dei rispondenti (53%) sceglie le retribuzioni, quasi uno su cinque (19%) le opportunità di lavoro, il 6% la meritocrazia in senso stretto. Al Nord la priorità retributiva raccoglie il 55%, nel Mezzogiorno scende al 48% e lascia spazio proprio alle richieste di merito e di stabilità dell'impiego.
L'indagine si innesta sul quadro statistico elaborato dal CNEL, che fotografa una vera e propria emorragia generazionale: tra il 2011 e il 2024 l'Italia ha perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo negativo record di oltre 61 mila unità nel solo 2024.
A certificarne l'anomalia è l'Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM) ideato dal CNEL: per ogni coetaneo che arriva da un'economia avanzata, partono più di 14 giovani italiani (14,5), a fronte di un rapporto sostanzialmente paritario (attorno all'unità) nelle altre grandi nazioni europee. Il valore del capitale umano fuoriuscito è stimato in 159,5 miliardi di euro nel periodo 2011-2024, pari a circa 16 miliardi l'anno secondo i trend più recenti. A parità di potere d'acquisto, tra il 2000 e il 2024 lo svantaggio salariale dell'Italia è peggiorato verso tutti i principali partner europei: da un vantaggio dell'1% a un ritardo del 7% rispetto alla Spagna, da un divario del 14% al 36% verso la Germania, fino a salire dal 39% al 71% nei confronti della Svizzera.
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