di Maria Pappini
I funerali del comandante serbo-bosniaco riaprono i nodi mai sciolti delle guerre jugoslave. Al di là delle innegabili atrocità commesse da Ratko Mladić, per capire fino in fondo la tragedia balcanica degli anni Novanta è necessario interrogarsi anche su ciò che la narrazione dominante ha lasciato in ombra. Dal ruolo dei mujaheddin alla propaganda di guerra, fino agli interessi geopolitici degli Stati Uniti: l'analisi delle violenze commesse dalle diverse parti in causa nell'intervista al generale Francesco Cosimato.
IN BREVE
Violenza multilateraleLa guerra bosniaca non fu uno scontro tra innocenti e colpevoli. Il generale Cosimato evidenzia come le sofferenze e i crimini abbiano colpito tutte le etnie in conflitto.
Propaganda di guerraEpisodi come l'attacco al mercato di Sarajevo evidenziano l'uso di operazioni 'false flag' e strategie mediatiche per condizionare l'opinione pubblica occidentale.
Interessi geopoliticiLa caccia ai leader serbi rispose alla strategia degli Stati Uniti, orientata a contenere l'influenza russa nei Balcani e a ridefinire gli equilibri regionali.
Radicalizzazione religiosaIl conflitto favorì l'ingresso di combattenti mujaheddin e di finanziamenti sauditi, avviando un processo di trasformazione culturale e religiosa della Bosnia.
Doppio standardLa giustizia internazionale e la ricostruzione post-bellica hanno spesso privilegiato una sola narrazione, ignorando le persecuzioni subite dai serbi in Bosnia e Kosovo.
Nota della direttrice
La morte di Ratko Mladić ha riportato ancora una volta in superficie le fratture dei Balcani, tutt'altro che ricomposte. Fedeli alla missione di Krisis, che trae il proprio nome dal greco κρίσις — discernimento, giudizio, interpretazione — e rifiuta narrazioni preconfezionate e tifoserie, ci siamo confrontati con la complessità delle guerre jugoslave attraverso le riflessioni del generale Francesco Cosimato.
Forte della sua esperienza sul campo per conto della NATO e dell'Unione Europea, Cosimato propone una lettura che mette in luce omissioni e semplificazioni occidentali sulla guerra in Bosnia.
Ciò detto, sul piano personale, ritengo che i funerali solenni tributati oggi a Ratko Mladić, condannato all'ergastolo per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, siano stati un errore.
Osservare gruppi di serbi celebrare la sua memoria («Gli eroi non muoiono mai» recitava un cartello lungo la strada percorsa dal carro funebre in arrivo dall'aeroporto), fino al punto – per me intollerabile – di evocare la strage di Srebrenica, ha destato in me profondo sconcerto. Grazie al cielo, non sono mancate voci che contestavano questi tributi, ribadendo che Mladić non era affatto un eroe.
Ho trovato anche altamente inappropriato che il Patriarca della Chiesa serbo-ortodossa Porfirije abbia officiato il suo rito funebre. Quanto al presidente Aleksandar Vučić, si è esibito nell'ennesima acrobazia politica. Ha negato a Mladić i funerali di Stato, ma gli ha concesso la Guardia d'onore (che da lui dipende). Non ha presenziato alle esequie, ma ci ha mandato suo figlio Danilo.
Sono tutti indicatori di quanto, nell'ex Jugoslavia, il nazionalismo mantenga una forte presa. È un nazionalismo che si alimenta di un'ossessione vittimistica, nella quale ogni parte in causa riconosce soltanto il proprio martirio e resta cieca di fronte al dolore altrui. A mio avviso, è questa la vera malattia collettiva con cui l'intera regione deve ancora fare i conti.
«Sia chiaro: sono ben lontano dal considerare Ratko Mladić un eroe. Era un criminale. Ma, analizzando in profondità ciò che accadde nell'ex Jugoslavia, la realtà che emerge è molto meno semplice di quella generalmente raccontata». A parlare è il generale Francesco Cosimato, all'indomani della morte di Ratko Mladić nel carcere dell'Aia, avvenuta il 27 agosto scorso, dove stava scontando l'ergastolo. Mentre la odierna celebrazione dei funerali con onori di Stato a Belgrado riaccende le polemiche internazionali, Cosimato offre aKrisisil punto di vista di chi ha conosciuto da vicino il dopoguerra jugoslavo: nell'intelligence NATO in Bosnia nel 1998, in Kosovo nel 2000 e, nel 2006, nella missione EUFOR, impegnata anche nella ricerca dei latitanti per conto della giustizia internazionale.
Il suo racconto non nasce per trasformare Mladić in un eroe né per attenuare le responsabilità che gli sono state attribuite. Nasce piuttosto dall'esigenza di sottrarre la sua figura – e, con essa, la guerra bosniaca – a una lettura che assegna il male a una sola parte e assolve da tutti i peccati le altre. «Anche molti serbi furono uccisi, espulsi e perseguitati» sottolinea il generale, che ricostruisce le violenze contro i serbi, la propaganda di guerra e gli interessi geopolitici che, a suo giudizio, contribuirono a orientare la percezione occidentale del conflitto. D'altronde, come recita un'amara massima in Jugoslavia, «se si vuole santificare un uomo, basta metterlo in prigione».
Mladić è diventato il simbolo delle colpe serbo-bosniache. Qual è il suo giudizio su di lui?«Lungi da me pensare che Ratko Mladić sia un eroe. Era un criminale, ma certamente non l'unico in quella guerra. Le sue responsabilità non devono essere negate o attenuate; ciò che contesto è la trasformazione della condanna di un uomo nella condanna collettiva di un intero popolo. In realtà, nell'ex Jugoslavia anche molti serbi furono uccisi, espulsi e perseguitati. In guerra non esistono parti completamente innocenti: in Bosnia, chiunque ne abbia avuto la possibilità ha commesso violenze. Il problema è che alcune responsabilità sono diventate universalmente note, mentre altre sono rimaste ai margini della narrazione».
A quali responsabilità si riferisce?«Partendo proprio da Srebrenica, va ricordato che nell'enclave le forze bosgnacche (la componente musulmana di Bosnia) guidate da Naser Orić compirono, ben prima del luglio 1995, violenze e crimini contro la popolazione serba. I serbi sostengono che quanto avvenne in seguito sia stato una reazione ai torti subiti. Non so se questa lettura sia fondata. So però che, prima di Srebrenica, molti serbi furono uccisi e perseguitati dai croati e dai bosgnacchi e che, successivamente, furono massacrati anche i bosgnacchi. È questo il punto: in quella guerra nessuna parte può essere presentata come del tutto innocente. La mia impressione è che, venuto meno l'impianto jugoslavo, ciascuna componente nazionale abbia inseguito un proprio progetto: i croati la Grande Croazia[1], i serbi la Grande Serbia[2], mentre i musulmani bosniaci cercavano di imprimere alla Bosnia una più marcata identità bosgnacca e di costruire ciò che definirei un Grande Sangiaccato[3]. Ne derivò una guerra civile di estrema ferocia».
Che cosa vide sul terreno che, seguendo la guerra attraverso i media, non aveva potuto comprendere in Italia?« Un interprete bosgnacco che lavorava con noi – illanguage assistantdel mio comandante – era stato rinchiuso in un campo di prigionia. Era una realtà che, seguendo la guerra dall'Italia, non avevamo colto fino in fondo. Le violenze subite dai bosniaci musulmani non possono essere negate né ridimensionate; sul terreno, però, compresi che le sopraffazioni non avevano avuto un'unica direzione e che chiunque ne avesse avuto la possibilità aveva commesso abusi. Fu in questo contesto che maturai anche la convinzione che, in alcuni episodi, gli apparati politico-militari bosgnacchi avessero fatto ricorso a operazioni di propaganda o a quelle che vengono comunemente definite 'false flag'. Non parlo per sentito dire: è una valutazione nata dall'osservazione diretta di ciò che trovai sul terreno».
Addirittura… A quale episodio si riferisce in particolare?«Sono assolutamente convinto che l'attacco al mercato di Sarajevo, il 5 febbraio 1994, sia stato una false flag operation. Lo affermo perché sono andato personalmente nella piazza del mercato e, in quanto ufficiale di artiglieria, l'esame della forma dell'impatto delle schegge sul terreno del mercato e su uno dei muri laterali del mercato mi convinse che non proveniva dal settore serbo, ma dal settore mussulmano.»
Nei processi Galić e Milošević, il Tribunale dell'Aia attribuì entrambi gli attacchi di Markale alle forze serbo-bosniache. Su quali elementi fonda una valutazione diversa?«Io posso dire ciò che ho visto con i miei occhi. Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, quando un proiettile di artiglieria o di mortaio colpisce una superficie lascia, a seconda dell'orientamento della superficie e dell'angolo d'impatto, delle tracce che consentono di ricostruire approssimativamente la direzione dalla quale è stato sparato. I segni lasciati da uno dei due colpi che vidi in alto, sul lato di un edificio prospiciente il mercato, mi sembravano difficilmente compatibili con una provenienza da Grbavica. Il quartiere era controllato dai serbi, ma, considerando la distanza e l'orografia del territorio, secondo le mie analisi quei due colpi non erano stati sparati da lì[4].»
Da questa valutazione che conclusione trae sul modo in cui la guerra fu raccontata?«Ritengo che ci sia stato un uso massiccio dell'informazione e che i principali media occidentali abbiano assunto una posizione favorevole alla componente musulmana. In questo quadro, appare strana la vicenda di Ante Gotovina, generale croato, accusato di crimini contro la popolazione serba e condannato dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY) in primo grado a 24 anni, ma assolto in appello. Altrettanto strana è la vicenda di Naser Orić, comandante delle forze bosgnacche nell'area di Srebrenica, accusato dal Tribunale penale internazionale di crimini commessi contro i serbi, condannato a due anni di reclusione e anch'egli assolto in appello. CI vorrebbe un esame dettagliato delle verità processuali per capire come ciò sia successo, ma posso affermare senza tema di smentita che gli arresti che avvennero nel periodo in cui ero a Sarajevo (luglio 1998 – febbraio 1999) avvennero a cura di assetti nazionali statunitensi. Quelli che furono arrestati erano semplicemente scelti dagli organismi nazionali americani e rientravano nell'interesse geopolitico statunitense di colpire la Russia attraverso l'identità serba dei Balcani. C'era un interesse geopolitico a fare in modo che la Bosnia diventasse il nucleo di un nuovo Sangiaccato. Chi arriva oggi a Sarajevo nota immediatamente la presenza di una moschea molto grande, finanziata dall'Arabia Saudita[5]. D'altro canto, la Bosnia è, insieme all'Albania, il più grande Paese a maggioranza musulmana in Europa».
Si riferisce alla moschea di re Fahd, finanziata dall'Arabia Saudita?«Sì, alla moschea di re Fahd e al centro culturale annesso. Quando arrivai a Sarajevo per la prima volta, nel 1998, quella grande struttura era già visibile, anche se ancora in costruzione. Il complesso era direttamente legato alla presenza saudita in Bosnia e godeva di uno status particolare, in quanto collegato alla missione diplomatica dell'Arabia Saudita. Era una costruzione enorme, molto diversa dalle moschee tradizionali di Sarajevo, come la Begova džamija, la Careva džamija e l'Ali-pašina džamija. All'epoca circolava inoltre un volume molto corposo: laDirectorydell'ICVA, l'International Council of Voluntary Agencies[6]. Era una sorta di Guida Monaci delle organizzazioni non governative presenti in Bosnia. Ce n'erano moltissime e, a mio giudizio, molte di quelle di matrice musulmana non si occupavano soltanto della ricostruzione del Paese, ma anche della sua islamizzazione. Si continuava certamente a lavorare sul piano umanitario – era ancora molto attivo, per esempio, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – ma io ebbi l'impressione che fosse in corso anche un tentativo di trasformazione religiosa e culturale della Bosnia. In questa narrazione, i serbi venivano dipinti come i principali colpevoli, cioè come coloro che si opponevano alla costruzione del nuovo Sangiaccato».
Prima della guerra, a Sarajevo convivevano diverse comunità religiose. Come si arrivò alla contrapposizione che lei descrive?«Sarajevo era una realtà molto particolare. L'ho compreso anche grazie a una mia amica, Nadira Sehović, che fu corrispondente dell'ANSA a Sarajevo. Mi raccontava che, quando una persona di Sarajevo si trovava in difficoltà e voleva chiedere una grazia, si rivolgeva a tre luoghi religiosi: la Begova džamija, principale moschea della città, la chiesa ortodossa di San Michele e il monastero francescano. Prima della guerra esistevano quindi rapporti per lo meno accettabili fra le varie comunità religiose, anche perché tenuti insieme dall'ordinamento comunista jugoslavo. Quando quell'impianto venne meno, emersero tutte le contrapposizioni che erano rimaste compresse. A mio giudizio, gli europei seguirono sostanzialmente gli Stati Uniti senza comprendere fino in fondo l'interesse geopolitico di Washington e la funzione antirussa del suo intervento. E sul terreno prevalse una rappresentazione in cui i serbi erano considerati i cattivi».
In che senso?«I serbi erano considerati i cattivi e, dunque, dovevano essere puniti. A mio giudizio, questo orientamento discendeva soprattutto dalla politica USA. Il problema è che noi italiani conoscevamo pochissimo la Jugoslavia. Sono nato nel 1959, ho frequentato le scuole superiori negli anni Settanta e mi sono diplomato nel 1978. Pensavo che la Jugoslavia fosse una realtà nazionale sostanzialmente unitaria, perché così mi era stata descritta. Soltanto quando sono andato nei Balcani mi sono reso conto di quanto la realtà fosse più complessa. Non conoscevo le ragioni profonde delle tensioni fra le sue diverse popolazioni e non avevo neppure gli strumenti per collocarle nel contesto storico. A scuola avevamo studiato poco, anche a causa degli scioperi e delle violenze politiche di quegli anni. Tantomeno conoscevamo la storia dei Balcani, nonostante l'Italia fascista vi fosse intervenuta durante la Seconda guerra mondiale, sostenendo gli Ustascia».
Con quali convinzioni arrivarono, dunque, i militari italiani in Bosnia?«Anche noi militari ci scontrammo con alcuni miti. Eravamo convinti di dover aiutare i musulmani bosniaci perché rappresentavano la parte più debole. Sul terreno, però, ci rendevamo conto che le dinamiche erano molto più complesse. Peraltro, incontravamo differenze culturali che non eravamo preparati a comprendere. Il primo requisito di una forza di peacekeeping dovrebbe essere l'imparzialità. Se viene meno, l'intera missione rischia di fallire. Noi, invece, arrivavamo con l'idea che i serbi fossero i cattivi, senza sapere davvero chi fossero e senza conoscere la struttura multi-nazionale della Jugoslavia. A Sarajevo i serbi erano identificati con coloro che avevano bombardato il mercato e commesso il massacro di Srebrenica. Erano inoltre percepiti come 'la parte forte', perché le forze serbo-bosniache disponevano di un esercito organizzato e avevano ereditato una parte consistente degli uomini, delle armi e delle strutture dell'Armata popolare jugoslava».
Ritiene che anche i processi contro i dirigenti serbo-bosniaci rispondessero a un disegno politico?«Ciò che dava fastidio soprattutto agli americani, e più in generale agli europei, era la Repubblica Serba di Bosnia, nata durante la guerra e poi riconosciuta dagli accordi di Dayton come una delle due entità della Bosnia-Erzegovina. Sul piano politico e militare la sua classe dirigente venne decapitata: Radovan Karadžić, Ratko Mladić e buona parte dei suoi vertici finirono sotto processo all'Aia».
C'è un episodio che le fece maturare questa convinzione?«A volte accadevano cose che non riuscivo a comprendere. Durante la mia prima missione ci venne riferito che noi italiani avevamo ottimi rapporti con il generale serbo-bosniaco Radislav Krstić, comandante del Corpo della Drina. La NATO manteneva relazioni con lui perché doveva attuare gli accordi di Dayton. Ma improvvisamente Krstić scomparve. Il generale venne catturato mentre era in viaggio e fu subito trasferito all'Aja, senza alcun preavviso. L'operazione fu condotta da unità speciali appartenenti ai contingenti statunitense e britannico[7]».
Formalmente, però, Krstić fu arrestato dalla SFOR, la Stabilization Force della NATO in Bosnia-Erzegovina, in base a un mandato del Tribunale dell'Aja. Perché sottolinea il ruolo degli Stati Uniti?«Non intendo negare che l'operazione fosse formalmente condotta sotto l'autorità della SFOR. Il Tribunale formulava le accuse ed emetteva i mandati, ma l'esecuzione veniva affidata a unità nazionali specializzate, spesso americane, che disponevano di una propria catena operativa. Anche la scelta dei tempi e delle modalità risentiva quindi, a mio giudizio, dei rapporti di forza interni alla missione e del peso degli Stati Uniti.All'epoca la SFOR era guidata dal generale americano Eric Shinseki; le operazioni militari erano affidate a un ufficiale statunitense, mentre la cooperazione civile-militare era diretta da un italiano. A Sarajevo erano inoltre presenti numerosi organismi dell'intelligence di Washington. Le operazioni avvenivano dunque sotto l'autorità della SFOR, ma nella pratica erano pianificate ed eseguite da specifiche unità nazionali, in particolare statunitensi».
Quali conseguenze aveva questa percezione di parzialità nei rapporti con la popolazione serba?«Ogni operazione poteva provocare gravi tensioni. Un giorno una radio di Brčko diffuse la notizia, poi rivelatasi falsa, che Radovan Karadžić fosse stato catturato e ferito durante un blitz. Il mio comandante italiano mi chiese spiegazioni e io gli suggerii di rivolgersi al collega americano, l'ACOS J2[8], responsabile dell'intelligence: se fosse accaduto qualcosa, lui lo avrebbe saputo. Fu così che scoprimmo che si trattava soltanto di una voce. La notizia rischiò comunque di provocare una rivolta proprio mentre la brigata italiana operava anche nell'area di Pale, il principale centro politico della Repubblica Serba durante la guerra. Tensioni analoghe accompagnavano ogni arresto per crimini di guerra. Una parte della popolazione percepiva queste operazioni come elementi di una strategia diretta contro i serbi e condizionata, a mio giudizio, dagli interessi degli Stati Uniti».
Prima ha ricordato il sostegno fornito ai bosgnacchi da alcuni Paesi musulmani. Sul terreno erano presenti anche combattenti stranieri che potremmo definire jihadisti?«Sì. Una parte proveniva dalla guerra in Afghanistan contro l'Unione Sovietica. Dopo la conclusione di quel conflitto, diversi combattenti si spostarono verso altri scenari e alcuni arrivarono in Bosnia. Erano uomini addestrati alla guerriglia e alle operazioni non convenzionali. Nell'agosto del 1993 venne costituito il distaccamento El Mudžahid, formato inizialmente soprattutto da volontari stranieri e inquadrato nel Terzo Corpo dell'Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina. Partecipò a diverse operazioni al fianco delle forze bosgnacche, nelle zone di Travnik, Zavidovići, Vozuća e del monte Ozren. Non era formalmente una brigata, come talvolta viene detto, ma un distaccamento inserito nella struttura militare bosniaca. Non va confuso con i Cigni neri: un'unità speciale composta prevalentemente da combattenti bosniaci e appartenente anch'essa all'Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina. Le due formazioni parteciparono ad alcune delle stesse campagne, ma avevano origine e composizione differenti».
Nessuno dei combattenti stranieri del distaccamento El Mudžahid fu processato all'Aja. Come si spiega questa differenza?«Anche perché parliamo di unità nate in un contesto nel quale non esisteva nulla di paragonabile alla struttura di un esercito regolare. In Italia le unità sono previste dagli ordinamenti: esistono procedure di reclutamento, attività di addestramento e sistemi organizzati per il rifornimento delle armi. Nella Bosnia in guerra, invece, di regolare c'era ben poco. Gli uomini e le armi arrivavano attraverso canali diversi e spesso difficili da controllare. È inoltre evidente che, tanto in Bosnia quanto successivamente in Kosovo, la componente musulmana ricevette un sostegno rilevante dagli Stati Uniti. Al di là delle differenze culturali e religiose, la conclusione alla quale sono arrivato è che, in quella guerra, chiunque ne abbia avuto la possibilità ha commesso violenze. Lo vidi successivamente anche in Kosovo».
Che cosa vide in Kosovo?«Arrivai nel 2000, circa un anno dopo la fine della guerra. Nei cinque mesi trascorsi nella missione vidi saltare in aria quasi ogni giorno una casa serba. Gli albanesi avevano subito repressioni e violenze – basti pensare a episodi come Račak – ma, dopo l'ingresso della forza internazionale, la vendetta si rivolse contro la popolazione serba. È un meccanismo ricorrente: chi è stato aggredito può trasformarsi a sua volta in aggressore. Per conto dell'Unione europea ero responsabile della pianificazione della ricostruzione e dello sviluppo economico nel settore orientale del Kosovo, controllato dalla brigata americana. Mi trovavo spesso in contrasto con gli Stati Uniti. Scoprii, per esempio, che un programma per la ricostruzione dei villaggi finanziato dall'Unione europea veniva presentato alla popolazione come un intervento americano. Ricordo inoltre una ong tedesca, Cap Anamur, che costruiva abitazioni esclusivamente per gli albanesi. Quando la ricostruzione viene destinata a una sola comunità, le altre si sentono discriminate e si producono inevitabilmente nuove tensioni».
Siamo partiti da Mladić. Nel giudicare lui e le guerre jugoslave, quale errore dovremmo evitare?«Mladić non era un eroe e le sue responsabilità non devono essere negate. L'errore è trasformare la condanna di un uomo nel racconto di una guerra nella quale una sola parte è colpevole e tutte le altre sono innocenti. Non condivido questa impostazione manichea, che considero tipica della cultura protestante americana, secondo la quale devono necessariamente esserci i buoni da una parte e i cattivi dall'altra. Probabilmente ragiono da italiano e da cattolico: credo che, in guerra, la colpa si trovi, in misura diversa, in ogni parte».
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Maria PappiniNata nel 1987, ha una formazione interdisciplinare che unisce scienze politiche, storia ed economia. Dopo la laurea magistrale in Scienze del Governo presso l'Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales conseguito a Lione, ha lavorato per oltre dieci anni nel settore bancario, maturando un'esperienza professionale continuativa in ambito finanziario e gestionale. Nel 2023 ha scelto di tornare alla ricerca storica iscrivendosi al corso di Scienze Storiche dell'Università Statale di Milano, concentrando i propri studi sui Balcani contemporanei, sui conflitti etnici e sui processi di costruzione della memoria. È autrice di una tesi magistrale dedicata al conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.
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