Lo scorso fine settimana sono stato al Cortona On The Move, un appuntamento fisso per me da diversi anni a questa parte. Il tema di questa edizione 2026 è Beautiful Country, inteso (cito dalla cartella stampa e dal catalogo) come:
«un'indagine sull'Italia degli ultimi decenni: un atlante visivo aperto, un 'viaggio di viaggi' in cui la fotografia diventa strumento di esplorazione critica e poetica. Autrici e autori italiani e internazionali dialogano in una prospettiva che coniuga lo spirito del Grand Tour con la profondità dell'inchiesta contemporanea. Il programma espositivo comprende trentatré mostre — tra esposizioni personali e collettive, confronti generazionali, progetti inediti e committenze — restituendo un'immagine complessa del Paese, in cui la meraviglia si intreccia al disincanto».
Ovviamente avevo aspettative altissime; purtroppo sono andate deluse.
Una promessa mancata: quello che segue è il motivo del mio disappunto.
Delle trentatré mostre in programma solo Milano ai bordi e, in particolare, Le Monde Ou Rien — progetto di Angelo Leonardo sviluppato tra il 2019 e il 2023 — raccontano davvero l'Italia del XXI secolo, concentrandosi sulle periferie milanesi. Avrebbe meritato più spazio e più fotografie esposte; gli fanno comunque da ottimo contrappunto le immagini realizzate tra gli anni Settanta e Ottanta da Gabriele Basilico nelle medesime aree periferiche, offrendo così una lettura visiva per interpretare la grande trasformazione urbanistica e sociale che ha vissuto la periferia di Milano negli ultimi cinquant'anni.
Qui, purtroppo, si esaurisce «la profondità dell'inchiesta contemporanea»; inutile tirare in ballo il Grand Tour.
Ci sono poi molte altre mostre — stimolanti, interessanti o semplicemente belle da vedere — che provano a raccontare l'Italia, mancando però tutte la premessa/promessa di fornire "un'immagine complessa del Paese" con il rigore "dell'inchiesta contemporanea". Le riporto in ordine di mio gradimento:
Anzitutto Campagna Romana, capolavoro sviluppato da Joel Sternfeld tra il 1989 e il 1991 ai margini di Roma. Composizione, luce, colore: ogni singolo scatto di questo lavoro è un esempio perfetto di cosa vuole dire utilizzare il mezzo fotografico per trasmettere un messaggio; la dimostrazione lampante che quando si padroneggia un linguaggio non serve arrampicarsi sugli specchi della fotografia concettuale. Però è un progetto del 1991 che racconta, quindi, l'Italia di trent'anni fa: sarebbe servito un confronto aggiornato ai nostri giorni. (Resta comunque una mostra bellissima che, da sola, vale il viaggio e il prezzo del biglietto). COTM 2026, Campagna Romana di Joel Sternfeld
Souvenirs, di Giovanna Silva, che utilizza la fotografia d'architettura per indagare gli spazi delle nostre città, la loro evoluzione e il rapporto con il passato. Un progetto ben contestualizzato: sintetico, esaustivo e stimolante. COTM 2026, Souvenirs di Giovanna Silva
Stromboli (Terra di Dio), con le immagini scattate da Federico Patellani sull'omonimo set del film di Rossellini e un "ritratto" di Ingrid Bergman da pelle d'oca. Come per il binomio Leonardo-Basilico, anche qui viene affiancato un contrappunto contemporaneo con Pelle di Lava di Chiara Indelicato. Di quest'ultimo si fatica però a comprendere il messaggio e, forse, l'unica nota degna di menzione è che «le immagini sono realizzate interamente (sia per lo sviluppo sia per la stampa) con una tecnica che impiega sostanze non tossiche: caffè, vitamina C e acqua di mare». Siamo a quel livello di concettualismo che proprio non ho apprezzato in questo festival. Federico Patellani, Stromboli (Terra di Dio), 1949
Perfetta bellezza, della fotografa tedesca Candida Höfer, che ritrae parte del patrimonio architettonico italiani — biblioteche, musei, teatri — con una nitidezza formale che trasforma queste stampe di grande formato in autentiche opere contemplative: immagini davanti alle quali è bello fermarsi per immergersi e lasciarsi trasportare.
Diorami, dell'artista giapponese Sohei Nishino: con le sue due opere Po (2018) e Diorama Map Venice (2026) dimostra come la narrazione fotografica possa esplorare, con successo, nuovi linguaggi per raccontare il rapporto personale tra l'autore e il paesaggio, trasformandolo in una riflessione più complessa sulla relazione tra una comunità e il proprio ambiente.
Interessante anche la ricerca Oasi di sosta. L'Italia nelle immagini dell'archivio Eni: dall'immenso patrimonio fotografico di ENI (oltre mezzo milione di scatti) emerge l'immagine di un'Italia in rapida trasformazione, raccontata attraverso l'evoluzione delle stazioni di servizio — dalle prime colonnine di benzina agli impianti voluti da Enrico Mattei, completi di bar, market e motel. Un cambiamento colto da maestri quali Aldo Ballo, Federico Patellani e Luigi Ghirri.
Failed Postcards from Naples (2025), con gli autoritratti della canadese Kourtney Roy sullo sfondo di una Napoli multiforme. Il linguaggio è quello della fotografia di moda di qualche anno fa, estetico e stimolante, ma la città viene ridotta a una scenografia disabitata che non viene esplorata nelle infinite possibilità che avrebbe da offrire.
Cito, infine: Maestrale , di Arianna Arcara, che racconta la sua Sardegna con una piacevolissima estetica orientale. Che sia voluto o meno, ne scaturiscono alcuni scatti decisamente riusciti.
, di Arianna Arcara, che racconta la sua Sardegna con una piacevolissima estetica orientale. Che sia voluto o meno, ne scaturiscono alcuni scatti decisamente riusciti. OverTourism, di Alessandro Toscano, che solleva la questione fondamentale del turismo di massa nelle città d'arte italiane; un progetto purtroppo penalizzato da una selezione ridotta a sole tre immagini (Roma, Pisa, Firenze).
Non ho invece fatto in tempo a vedere Rave (di Mattia Zoppellaro e Chiara Fossati) e il progetto editoriale Paparazzi. Quanto al resto delle mostre, l'ho trovato semplicemente fuori tema: non si tratta di progetti sbagliati in sé, ma di una scelta curatoriale all'interno del percorso narrativo di questa edizione che non comprendo. COTM 2026, Federica Sasso, Agata (dettaglio), dal progetto Battle Royale, 2019
Date le premesse e le promesse, speravo infatti di vedere una versione italiana e contemporanea di capolavori come The Last Resort di Martin Parr, A1 – The Great North Road di Paul Graham o Istanbul: City of a hundred names di Alex Webb. E dire che di autori in grado di sostenere progetti simili ne avremmo: durante una pausa nel corso della nostra visita, un amico ha fatto il nome di Mario Spada, giusto per citare un fotografo capace di restituire uno sguardo attuale, approfondito, autoriale e mai banale sul nostro Paese.
Un'ultima chiosa sul numero degli allestimenti: trentatré mostre, dieci in più rispetto allo scorso anno, molte delle quali ridotte a pochissime immagini esposte (due o tre). Avrei preferito meno gigantografie e più fotografie: inutile occupare intere pareti con un singolo grande scatto se poi gli spazi impongono una selezione striminzita dei lavori. Meno mostre e più scatti per ciascun progetto avrebbero, infine, permesso uno sguardo davvero approfondito.
Detto ciò, il Cortona On The Move vale SEMPRE una visita. La cittadina è un piccolo gioiello medievale in cui è piacevole passeggiare e godersi un aperitivo, e il festival — che regala comunque sempre almeno 4 o 5 mostre appaganti — ha il merito di generare dubbi, reazioni, feroci disappunti; fornisce stimoli, fa discutere, incuriosisce. Tutta merce rara e preziosa in un panorama visivo e narrativo sempre più omologato, standardizzato e inerme.
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