Guarda la fotografia. La macchina numero cinque entra in curva con il sole basso, e lo sfondo — verde, terra bruciata, un tratto di guard rail — è tirato via dalla velocità come una pennellata data male. Sul muso c'è il tricolore. Sulle fiancate i nomi di chi paga. Nell'abitacolo, nel punto esatto dove per cent'anni c'è stata una testa, c'è una torretta nera con due antenne e un occhio di vetro.
Non suda. Non ha una madre che guarda la corsa in televisione con il rosario in mano.
Nel primo canto dell'Orlando furioso Rinaldo perde Baiardo. Il cavallo scappa nella selva e il paladino gli corre dietro a piedi, che per un cavaliere è già mezza sconfitta: senza cavallo sei un uomo con addosso troppo ferro. Ariosto, che era uno che sapeva ridere delle cose serie, mette lì il dettaglio che continua a inchiodarci: Baiardo non fugge per ribellione. Fugge perché ha deciso lui dove si va. E quando incontra Angelica, alla ragazza non fa niente di male. Il cavallo sceglie. Sceglie un'altra persona.
È questo che siamo andati a guardare, sabato, a Imola.
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L'indirizzo dell'autodromo è Piazza Ayrton Senna da Silva 1. Sta scritto in fondo ai comunicati stampa, in caratteri piccoli, sotto la partita IVA, come stanno scritte le cose che sono diventate mobilia. Ma è un indirizzo che è una lapide. Il primo maggio del 1994, il giorno dopo Ratzenberger, questa pista ha dimostrato la cosa che tutti sapevamo e che nessuno voleva sapere: che il pezzo fragile della macchina è l'uomo. Il carbonio tiene. Le sospensioni tengono. Cede il collo.
Trentadue anni dopo, sullo stesso asfalto, sono tornate delle macchine da corsa a cui il collo è stato tolto. Non per pietà. Per necessità di ingegneria.
Il weekend ha portato all'autodromo più di novemila persone. Ma il dato che conta, quello che dovrebbe far pensare chi vive di sport, è che quasi tremila sono venute il sabato, e sono venute per l'A2RL, per le vetture a guida autonoma. Sono venute a vedere nessuno che guida. Hanno pagato, hanno parcheggiato, si sono messe in tribuna sotto il sole di settembre, e hanno guardato l'assenza di un uomo che gira in un minuto e quaranta.
Non è cinismo dire che è la stessa curiosità del 1899, quando la gente si assiepava in piazza intorno alla prima automobile che passava e i cavalli si imbizzarrivano. Solo che stavolta il cavallo imbizzarrito siamo noi.
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C'è una seconda fotografia, ed è più interessante della prima. Cinque monoposto schierate sul rettilineo dei box, sotto il cartello che dice IMOLA dal 1953, e davanti — e dietro, e in mezzo — un centinaio di persone. Ragazzi in polo bianca e blu, occhiali, felpe legate in vita, la faccia di chi ha dormito quattro ore. Sono le squadre. Sono, tecnicamente, i piloti.
In quella foto non c'è nessun pilota e ci sono tutti.
Guardala bene, perché è lì che è successa la cosa. Il talento si è spostato. Non è più nel polso, nel piede, nella capacità di sentire l'anteriore che sta per mollare mezzo decimo prima che molli. Sta in una riga di codice scritta a Monaco, a Milano, a Tokyo, da uno che magari la patente non ce l'ha nemmeno. Il coraggio, che era la materia prima di questo sport — la sostanza, non l'ornamento — è diventato una variabile che si tara la sera prima in garage.
E allora la domanda vera non è se le macchine impareranno a girare forte. Ci arriveranno, ci stanno già arrivando. La domanda è se questo resta sport.
Perché lo sport, quello che ci commuove, è una liturgia sul corpo che può fallire. Ha bisogno di uno che possa perdere e di uno che possa morire, altrimenti è una dimostrazione tecnica, un benchmark, una fiera campionaria molto costosa. Il record di Bolt vale perché è il limite di un animale con le ginocchia. Togli le ginocchia e hai la balistica.
Però. Però anche gli scacchi dovevano morire dopo Deep Blue e non sono morti, si sono spostati altrove, sono diventati un'altra cosa e la gente li guarda su Twitch più di prima. Però nessuno ha mai detto che il cavallo da corsa non è un atleta perché sopra ci sta un fantino. Però la Motor Valley, questa terra qui, i suoi santi li ha fatti sempre così: prendendo una macchina e chiedendole più di quello che poteva dare, finché non si rompeva o non diventava leggenda.
Non ho una risposta e diffido di chi ce l'ha già pronta dopo un sabato pomeriggio.
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Quello che so è che Rinaldo, nella selva, non insegue Baiardo per ammazzarlo. Lo insegue per rimontarci sopra.
È tutta lì la faccenda, e non è una faccenda di automobili. Non stiamo decidendo se le macchine possono correre da sole: quello lo abbiamo già visto, sabato, in tremila, e funziona. Stiamo decidendo un'altra cosa, molto meno tecnica e molto più antica. Se il rapporto è ancora quello del cavaliere e del cavallo — uno che comanda, uno che porta, e in mezzo una fiducia che non si costruisce leggendo il manuale ma frequentandosi, giorno dopo giorno, finché l'animale non capisce la tua mano — oppure se abbiamo appena guardato il momento in cui il cavallo esce dalla selva, passa davanti alla tribuna, e tira dritto.
La torretta nera con l'occhio di vetro, in fotografia, guarda avanti.
Non ha guardato noi.
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