Quando si parla dell'emigrazione italiana in Germania, la storia comincia quasi sempre con una data: il 20 dicembre 1955, quando Italia e Repubblica Federale Tedesca firmarono l'accordo per il reclutamento della manodopera italiana
di Giuseppe Tizza*
Dietro a quell'accordo economico però c'era una Germania molto particolare. Era un Paese che stava vivendo il Wirtschaftswunder, il grande miracolo economico del dopoguerra, ma che portava ancora addosso le conseguenze umane e demografiche della Seconda guerra mondiale.
E tra queste ce n'era una che avrebbe inciso profondamente anche sulla vita privata di milioni di persone: una forte scarsità di uomini, soprattutto nelle generazioni che durante la guerra avevano avuto l'età per combattere.
Questo non significa che la Germania abbia chiamato i lavoratori italiani per riequilibrare il rapporto tra uomini e donne. L'accordo del 1955 aveva motivazioni economiche e occupazionali molto precise. Ma significa che decine di migliaia di giovani italiani arrivarono in una società nella quale la guerra aveva lasciato un vuoto maschile ancora ben visibile.
Una Germania con molte più donne che uomini
I numeri del primo dopoguerra raccontano bene la dimensione del fenomeno. Il censimento del 29 ottobre 1946 mostrava che, nelle zone occidentali di occupazione, la popolazione era composta per circa il 45% da uomini e per il 55% da donne. Ma il dato complessivo nascondeva uno squilibrio molto più forte proprio nelle fasce di età nelle quali normalmente si formano le coppie.
Le ricostruzioni storiche basate su quel censimento indicano infatti che, tra i 20 e i 30 anni, nelle tre zone occidentali c'erano circa 167 donne ogni 100 uomini. Tra i 30 e i 40 anni erano circa 151 donne ogni 100 uomini. È in queste fasce d'età, quindi, che l'immagine dei 'due uomini ogni tre donne' si avvicina realmente alla situazione del dopoguerra.
Uno studio degli economisti Michael Kvasnicka, allora alla Humboldt-Universität di Berlino, e Dirk Bethmann, concentrato in particolare sui dati della Baviera, ha mostrato quanto la guerra avesse colpito gli uomini tra i 20 e i 40 anni. Morti al fronte, dispersi e prigionieri di guerra produssero quello che i ricercatori definiscono un vero e proprio marriage squeeze: per una parte considerevole delle donne in età matrimoniale mancava semplicemente un possibile partner della stessa generazione.
La situazione era ancora evidente alcuni anni dopo. Secondo il censimento della Repubblica Federale del 13 settembre 1950, ripreso dallo Statistisches Bundesamt, nella Germania occidentale vivevano circa 22,4 milioni di uomini e 25,3 milioni di donne: quasi tre milioni di donne in più. Ogni mille uomini c'erano 1.134 donne. Lo stesso Ufficio federale di statistica attribuiva esplicitamente gran parte di questo 'surplus femminile' alle conseguenze delle due guerre mondiali.
Era una delle eredità meno visibili, ma più profonde, della guerra. Milioni di donne avevano perso il marito, il fidanzato, il fratello o il figlio. Altre avevano aspettato per anni uomini che si trovavano ancora in prigionia o dei quali non conoscevano la sorte. E mentre la società cercava lentamente di ricomporsi, l'economia tedesca cominciava a correre.
La Germania cerca manodopera
All'inizio degli anni Cinquanta l'economia della Germania occidentale cresceva a una velocità impressionante. Agricoltura, edilizia, miniere, industria e infrastrutture avevano bisogno di lavoratori. L'Italia aveva invece un problema quasi opposto: una disoccupazione ancora elevata e una grande disponibilità di manodopera, con pressioni particolarmente forti nel Mezzogiorno. Il governo italiano considerava da tempo l'emigrazione anche come uno strumento per alleggerire il mercato del lavoro interno. Come ricostruisce la Bundeszentrale für politische Bildung, inizialmente in Germania non tutti erano favorevoli al reclutamento di lavoratori stranieri. Ma con l'avvicinarsi della piena occupazione e l'aumento della domanda di manodopera le resistenze diminuirono.
Il 20 dicembre 1955, a Roma, il ministro tedesco del Lavoro Anton Storch e il ministro degli Esteri italiano Gaetano Martino firmarono l'accordo per il reclutamento e il collocamento dei lavoratori italiani nella Repubblica Federale.
Nell'aprile del 1956 partì il primo contingente: 1.389 lavoratori stagionali italiani. Alla fine del primo anno di reclutamento erano già 10.240 gli italiani impiegati in Germania, provenienti tra l'altro da Veneto, Puglia e Campania e destinati soprattutto all'agricoltura e all'edilizia.
Era soltanto l'inizio: negli anni successivi la crescita economica tedesca avrebbe richiamato numeri sempre maggiori di lavoratori. E dalla metà degli anni Sessanta, come osserva ancora la Bundeszentrale für politische Bildung, la migrazione italiana avrebbe assunto sempre più chiaramente un carattere permanente.
Non soltanto Gastarbeiter
Gli italiani arrivavano per lavorare. La parola utilizzata in Germania diceva già tutto: Gastarbeiter, 'lavoratori ospiti'. L'idea era che sarebbero rimasti per un periodo limitato, avrebbero guadagnato denaro e poi sarebbero tornati nel Paese d'origine. Molti, effettivamente, tornarono. Altri no. Trovarono un lavoro, una stanza, dei compagni di fabbrica. Impararono il tedesco. Cambiarono azienda. Costruirono amicizie. Cominciarono a conoscere un Paese che inizialmente doveva essere soltanto una parentesi. E, naturalmente, conobbero anche donne tedesche.
Il fenomeno migratorio italiano non fu esclusivamente maschile: anche molte italiane lavorarono nella Repubblica Federale. Ma soprattutto nelle grandi migrazioni operaie dei primi anni arrivarono moltissimi giovani uomini, spesso soli e senza famiglia.
Non bisogna trasformare questo elemento in una spiegazione generale dell'immigrazione italiana. Sarebbe storicamente scorretto. La Germania non reclutava italiani perché aveva bisogno di possibili mariti, ma perché le mancavano lavoratori. Allo stesso tempo, però, è difficile ignorare il contesto nel quale quegli uomini arrivarono: una società nella quale, proprio nelle generazioni adulte, le conseguenze demografiche della guerra erano ancora visibili.Economia e vita privata seguivano logiche differenti. Ma finivano inevitabilmente per incontrarsi.
Quando l'ospite cominciò a restare
Gli italiani non rimasero per sempre nella stessa condizione giuridica dei primi lavoratori reclutati nel 1955. Con i Trattati di Roma del 1957 e con la nascita della Comunità Economica Europea, la libera circolazione dei lavoratori divenne uno degli obiettivi dell'integrazione europea.
Per i cittadini italiani questa libertà entrò progressivamente in vigore tra il 1961 e il 1968, fino al regolamento comunitario del 1968 che eliminò le discriminazioni basate sulla nazionalità per i lavoratori dei Paesi membri. Per un italiano che viveva nella Germania occidentale diventava quindi sempre meno necessario passare attraverso il sistema originario di reclutamento bilaterale. E diventava più semplice immaginare una vita che non fosse limitata alla durata di un contratto stagionale. Nel luglio del 1971 Die Zeit pubblicò un articolo dal titolo significativo: Aus Gastarbeitern werden Einwanderer, 'I lavoratori ospiti diventano immigrati'.
Il giornale riportava i risultati di un'indagine della Bundesanstalt für Arbeit secondo la quale più dell'80% dei Gastarbeiter sarebbe rimasto nella Repubblica Federale. E tra gli italiani esaminati dall'indagine, il 20% risultava aver sposato una donna tedesca.
Il dato va letto per quello che è: la fotografia prodotta da una specifica indagine dell'epoca, non una percentuale valida automaticamente per tutti gli italiani emigrati in Germania. Quello che era cominciato come un sistema di migrazione temporanea stava producendo famiglie, figli e biografie sempre più difficili da dividere nettamente tra 'Italia' e 'Germania'.
La storia di Rocco
Per capire cosa significasse concretamente questa trasformazione basta seguire la storia di un uomo: Rocco Artale. Nato in Abruzzo, Artale arrivò in Germania all'inizio degli anni Sessanta e nel 1962 cominciò a lavorare alla Volkswagen di Wolfsburg. La città era allora uno dei grandi laboratori dell'industrializzazione tedesca. Dopo la costruzione del Muro di Berlino nell'agosto del 1961, che aveva praticamente interrotto l'arrivo di lavoratori dalla Germania orientale, anche Volkswagen dovette cercare con maggiore decisione manodopera all'estero.
Nella notte del 17 gennaio 1962 arrivò a Wolfsburg il primo gruppo di lavoratori italiani, circa un centinaio. Alla fine dello stesso anno Volkswagen impiegava nello stabilimento di Wolfsburg 3.188 italiani. Molti erano arrivati senza conoscere il tedesco e senza la propria famiglia. Il progetto Neue Wurzeln. 60 Jahre Italienerinnen und Italiener bei Volkswagen, realizzato da Volkswagen attraverso le testimonianze dei protagonisti, restituisce molto bene la distanza tra le aspettative della partenza e la realtà dell'arrivo.
Artale ricorda le lacrime alla stazione, il momento nel quale si lascia la madre, gli amici, tutto quello che si conosce, e si sale su un treno diretto verso qualcosa di completamente nuovo.
A Wolfsburg gli italiani venivano ospitati nelle sistemazioni collettive costruite nei pressi della Berliner Brücke, presto conosciute come Italiener-Dorf, il 'villaggio italiano'. Secondo l'Audiowalk storico della città di Wolfsburg, in alcune delle baracche le stanze erano di circa 13 metri quadrati e ospitavano quattro persone. Il Wirtschaftswunder, visto dal letto di una baracca condivisa con altri operai, aveva certamente un aspetto diverso da quello delle fotografie pubblicitarie della Germania del boom.
Artale, però, rimase. Nel 1966 sposò una donna di Wolfsburg. Ebbero due figli. Quella che doveva essere una permanenza temporanea cominciò così a diventare qualcosa di definitivo. Artale divenne sindacalista della IG Metall, si impegnò nella politica e nella vita sociale della città e fu consigliere comunale. Nel 2012 Wolfsburg gli conferì la cittadinanza onoraria, riconoscendo in lui una delle figure che avevano contribuito maggiormente alla storia dell'integrazione cittadina.
La sua storia non dimostra che gli italiani vennero in Germania per trovare una moglie, ma qualcosa di molto più interessante: quanto rapidamente un viaggio pensato come temporaneo potesse trasformarsi in una vita intera.
Dalla valigia alla famiglia
Questa trasformazione riguarda migliaia di storie individuali. Il lavoratore che era partito dall'Italia con l'idea di mettere da parte qualche soldo e tornare a casa poteva ritrovarsi, dopo cinque o dieci anni, con un posto di lavoro stabile, una casa, una moglie italiana o tedesca, dei figli che andavano a scuola in Germania e una rete di relazioni che rendeva il ritorno sempre meno scontato. Altri fecero arrivare dall'Italia mogli, figli, fratelli e parenti.
Le reti familiari e sociali alimentarono nuovi arrivi. La migrazione individuale diventò migrazione familiare. I bambini cominciarono a crescere tra due lingue e due Paesi. E mentre le istituzioni continuavano a utilizzare per anni la parola Gastarbeiter, la realtà stava già andando in un'altra direzione. L'ospite non era più soltanto di passaggio. Cominciava ad avere una casa.
Una storia che comincia prima della pizza
Oggi la presenza italiana in Germania è talmente radicata da sembrare quasi naturale. Pizza, pasta, gelato, espresso, supermercati e ristoranti italiani fanno parte della quotidianità tedesca. In molte città cognomi italiani appartengono ormai alla storia locale da due o tre generazioni.
Ma dietro questa normalità c'è una storia molto più complessa. C'è la storia di una Germania uscita dalla guerra con milioni di uomini morti, dispersi o ancora prigionieri e con un profondo squilibrio tra uomini e donne nelle generazioni adulte. C'è la storia di un Paese che, appena dieci anni dopo la fine della guerra, aveva bisogno di lavoratori per sostenere una crescita economica straordinaria. C'è la storia di un'Italia che aveva bisogno di creare lavoro anche oltre i propri confini.
Ci sono le istituzioni, gli accordi internazionali, le commissioni di reclutamento, i contratti e le fabbriche.
E poi ci sono le persone, uomini e donne che si incontrarono dentro questo gigantesco movimento economico, sociale e demografico. Alcuni incontri durarono poche settimane. Altri qualche anno. Altri ancora una vita intera.
L'emigrazione italiana in Germania non fu quindi soltanto una questione di salari, fabbriche e accordi tra governi. Fu anche una storia di incontri, matrimoni, figli e nuove appartenenze.
E forse è proprio questo uno degli aspetti meno raccontati della grande emigrazione italiana: molti di quegli uomini partirono pensando di andare in Germania a lavorare. Alcuni tornarono. Altri trovarono in Germania non soltanto un lavoro, ma una famiglia e una nuova casa.
*Giuseppe Tizza: insegnante di italiano di base Düsseldorf, ha seguito nel corso degli anni oltre mille alunni di origine italiana. Arrivato in Germania nel 1970, ha dedicato gran parte della sua attività all'insegnamento, alla lingua e ai temi dell'integrazione della comunità italiana.
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