È ripartita lunedì 7 settembre la nuova stagione di Focus Verona Economia, che dedica la prima settimana al mondo della scuola e all'avvio dell'anno scolastico 2026/2027. Presidi, coordinatori, docenti e protagonisti del sistema educativo veronese si alternano in studio per affrontare i principali temi che accompagnano studenti e famiglie verso il ritorno sui banchi.
Ospite della prima puntata è stata Chiara Trotti, coordinatrice didattica della scuola secondaria di secondo grado delle Scuole alle Stimate, storica realtà educativa veronese. Subentrata nel ruolo dal primo maggio dopo il lungo mandato del professor Fasol, Trotti ha raccontato questi primi mesi alla guida della scuola superiore, soffermandosi sulle trasformazioni della didattica, sul rapporto tra tradizione e innovazione, sull'eredità lasciata dalla pandemia e sulla necessità di accompagnare i ragazzi verso un utilizzo consapevole della tecnologia e dell'intelligenza artificiale.
Al centro dell'intervista anche il rapporto con le famiglie, l'orientamento e una concezione della scuola che non si limita alla trasmissione delle conoscenze, ma punta alla crescita complessiva della persona.
Professoressa Trotti, dal primo maggio ha assunto il ruolo di coordinatrice didattica della scuola secondaria di secondo grado, raccogliendo il testimone del professor Fasol dopo venticinque anni. Come ha vissuto questi primi mesi?
Entrare nel ruolo a maggio non mi ha lasciato molto tempo per fermarmi a pensare, perché è stato necessario iniziare immediatamente ad agire e a operare. Eravamo alla fine dell'anno scolastico, con moltissimi eventi e numerose attività da gestire. Anche l'estate è stata impegnativa, perché tante incombenze che prima seguivo più lateralmente, pur conoscendo già bene la dirigenza, mi hanno vista questa volta direttamente protagonista. Per me è stata fondamentale innanzitutto la fiducia ricevuta dai padri Stimatini. Altrettanto importante è stata la collaborazione e l'amicizia che ho sempre avuto con il professor Fasol. Questo ha certamente reso più leggero e naturale un passaggio di responsabilità così significativo.
Mancano ormai pochissimi giorni all'inizio delle lezioni. Cosa accade all'interno di una scuola nelle settimane che precedono il ritorno degli studenti?
Abbiamo concluso il mese di agosto con le prove di superamento dei debiti e, a partire dal primo settembre, abbiamo iniziato tutto il percorso delle riunioni preparatorie. Non considero questi incontri qualcosa di ripetitivo o un semplice cliché. Sono sempre occasioni per mettersi alla prova, confermare quanto di positivo è stato fatto nell'anno precedente, ma anche trovare nuovi spunti e rinnovarsi. Ci sono inoltre nuovi insegnanti e alle Stimate viviamo un continuo ricambio generazionale. Da questo punto di vista siamo davvero fortunati, perché disponiamo di un gruppo docenti molto eterogeneo anche dal punto di vista anagrafico. Questo permette uno scambio prezioso tra esperienza, creatività e nuove idee. In queste settimane si susseguono quindi riunioni di dipartimento, consigli di classe e gruppi di lavoro. È un periodo molto intenso, ma anche estremamente utile e proficuo per preparare al meglio il nuovo anno.
Le Stimate sono una scuola profondamente legata alla storia di Verona. Qual è oggi la vostra offerta formativa e come si conciliano tradizione e innovazione?
Abbiamo quattro indirizzi: il liceo classico, il liceo linguistico, il liceo scientifico tradizionale e il liceo scientifico con opzione scienze applicate. La nostra è una scuola con una storia molto lunga, che ha come fondatore San Gaspare Bertoni e che porta con sé un'eredità importante. Credo però che oggi lo sforzo principale debba essere quello di trovare un equilibrio tra la tradizione e l'innovazione. Pensando proprio a San Gaspare Bertoni, bisogna ricordare che lui stesso, quando iniziò la propria opera educativa, non si limitò a inserirsi nel solco della tradizione. Cambiò le regole, aprì la scuola a persone che probabilmente non avrebbero avuto la possibilità di frequentarla e propose programmi innovativi. Noi sentiamo questa eredità. Dobbiamo rispettare il carisma della scuola e la sua identità, ma contemporaneamente dobbiamo creare nuovi progetti e trovare nuove strade. È questa una delle sfide fondamentali per il futuro.
Durante la pandemia avete approfittato della chiusura della scuola anche per rinnovare spazi, laboratori e strumenti. Che cosa è rimasto oggi di quella esperienza?
Proprio in questi giorni ci è capitato di riguardare alcune fotografie di quattro o cinque anni fa e di ripensare a tutto quello che è stato fatto in quel periodo. La pandemia è stata certamente un momento traumatico e traumatizzante, ma ci ha anche consentito di ristrutturare profondamente la scuola. Oggi le nostre aule sono cablate e modernizzate sia dal punto di vista dell'arredamento sia sotto il profilo delle strutture. Abbiamo inoltre imparato a utilizzare realmente strumenti che avevamo già a disposizione ma dei quali, fino a quel momento, non avevamo percepito fino in fondo la necessità: penso alla piattaforma Teams, al registro elettronico e più in generale a tutti gli strumenti digitali legati alla didattica. Questo dimostra come spesso la creatività venga stimolata proprio dall'esigenza. Pur nella grande difficoltà e nella drammaticità di quel periodo, siamo riusciti quindi a trasformare una situazione negativa anche in un'occasione di crescita.
La pandemia ha lasciato conseguenze profonde anche sugli studenti. Quali segni continuate a riconoscere nei ragazzi?
Ancora oggi, osservando determinate reazioni o alcuni atteggiamenti, ci capita di chiederci dove si trovassero quei ragazzi durante il periodo del Covid, perché per alcune fasce d'età quella fase ha provocato uno stress psicofisico davvero considerevole. Volendo guardare all'aspetto positivo, la pandemia ha però costretto sia noi adulti sia i ragazzi a imparare a utilizzare in maniera diversa gli strumenti tecnologici. Non si tratta più soltanto di usare lo smartphone per esigenze immediate, ma di imparare a considerare la tecnologia come un vero strumento di comunicazione e di lavoro.
Ed è proprio questa una delle sfide di oggi. Da una parte diciamo correttamente che il telefono non deve essere utilizzato durante la lezione. Lo scorso anno abbiamo adottato questa linea per tutte le classi e, in particolare, agli studenti delle prime chiedevamo proprio di consegnare il telefono. L'idea era quella di estendere ulteriormente questa modalità alle classi del biennio. Dall'altra parte, però, la scuola dispone di strumenti come LIM, iPad e tablet che devono essere utilizzati. Bisogna quindi riuscire a trovare un equilibrio: garantire la concentrazione durante le lezioni, ma allo stesso tempo educare i ragazzi a un utilizzo intelligente e consapevole degli strumenti che appartengono alla loro epoca.
L'intelligenza artificiale è ormai entrata anche nella didattica. Come la state affrontando alle Stimate?
Le riflessioni su questo tema sono praticamente infinite, perché ci troviamo davanti a una sfida che dobbiamo necessariamente affrontare. Personalmente le sfide e le novità mi piacciono, soprattutto quando possono essere progressivamente guidate e controllate. Quella dell'intelligenza artificiale non è una sfida soltanto per me o per le Stimate: è realmente una sfida epocale. I ragazzi la utilizzano già moltissimo. Il nostro compito è fare in modo che comprendano che l'intelligenza artificiale non rappresenta semplicemente l'occasione per avere un tema già fatto, una ricerca pronta o una risposta immediata.
Dovrebbe invece diventare uno strumento attraverso il quale imparare a usare ancora meglio la propria testa e il proprio pensiero. Mi viene da pensare che la lotta contro ogni forma di schiavitù sia una lotta che attraversa il tempo e lo spazio. Oggi una delle sfide è proprio quella di mantenere la libertà. Dobbiamo fare in modo che i nostri ragazzi, pur utilizzando tutti gli strumenti tecnologici disponibili e quelli che certamente arriveranno in futuro, conservino la propria libertà, la propria identità e la propria autonomia di pensiero. Quindi va bene utilizzare l'intelligenza artificiale, ma bisogna imparare a utilizzarla bene.
Un altro elemento decisivo è il rapporto con i genitori. Come si costruisce oggi una relazione efficace tra scuola e famiglia?
È un aspetto al quale teniamo moltissimo. Proprio all'interno della serie di incontri organizzati in preparazione al nuovo anno ne abbiamo realizzato uno che ha coinvolto diverse realtà stimatine, dalla scuola di via Mameli a una scuola bertoniana di Udine, scegliendo come tema proprio quello delle relazioni. Ci rendiamo conto di quanto sia importante reimparare a relazionarci con le persone: all'interno del gruppo di lavoro, con i ragazzi e naturalmente con i genitori. Il rapporto con le famiglie è fondamentale, e non soltanto perché siamo una scuola paritaria. A mio parere la sinergia tra le diverse componenti della scuola – docenti, studenti e genitori – rappresenta realmente la chiave di volta.
Anche questa è una sfida, perché qualche volta si rischia di percepirsi come appartenenti a fronti contrapposti. È proprio questo l'errore che dobbiamo evitare. In realtà stiamo tutti collaborando allo stesso progetto: fare in modo che i nostri ragazzi possano diventare uomini e donne capaci di mettere a frutto i propri talenti. Questo è l'obiettivo più importante.
L'orientamento ha assunto un ruolo sempre più strutturato all'interno della scuola. Alle Stimate, però, questo accompagnamento va anche oltre la dimensione strettamente didattica. Che cosa significa per voi orientare uno studente?
Le linee guida sull'orientamento prevedono già dallo scorso anno trenta ore annuali e una serie articolata di attività. Dire che per noi sia stato semplice adeguarci sarebbe forse riduttivo, ma è vero che alle Stimate molte di queste attività venivano già svolte da tempo. Orientare significa, come suggerisce la parola stessa, aiutare una persona a comprendere qual è il proprio punto di partenza e verso quale direzione desidera tendere.
Significa formare persone che possano trovare soddisfazione in quello che fanno, ma soprattutto aiutarle a capire quale sia la propria bussola e quale direzione vogliano dare alla loro vita. Questo comprende naturalmente le attività di formazione scuola-lavoro e gli incontri con professionisti provenienti dall'esterno, ma comprende anche tutto quell'insieme di esperienze nelle quali le Stimate hanno sempre investito molto.
Penso ai campi scuola, alle convivenze e a tutte quelle attività che rappresentano una caratteristica della nostra scuola e che permettono un accompagnamento anche dal punto di vista personale. Unendo queste esperienze agli aspetti più tecnici e professionali, il nostro desiderio è quello di aiutare i ragazzi a trecentosessanta gradi. Non possiamo risolvere ogni loro dubbio, ma possiamo accompagnarli nel comprendere sempre meglio se stessi.
Quale messaggio vuole lasciare agli studenti e alle studentesse che stanno per iniziare un nuovo anno scolastico e, in particolare, a chi entrerà per la prima volta alle Stimate?
Quando facciamo i nostri open day raccomando sempre ai ragazzi di scegliere innanzitutto con il cuore. Naturalmente devono mettere alla prova anche le proprie capacità, ma credo sia fondamentale scegliere qualcosa che possa piacere davvero. Questa è una chiave decisiva. Poi bisogna avere fiducia. Fiducia prima di tutto in se stessi. A volte sembra che questi ragazzi possano 'spaccare il mondo', ma in realtà hanno spesso bisogno di essere aiutati a costruire una maggiore autostima.
E poi bisogna fidarsi delle persone. Per cinque ore al giorno fanno parte della nostra vita i compagni di classe, gli insegnanti, le persone che lavorano nella scuola e collaborano quotidianamente alla sua vita. Tutti, in modo diverso, contribuiscono al nostro progetto di crescita. Per questo ai ragazzi chiedo soprattutto fiducia ed entusiasmo. Quello che facciamo a scuola non deve necessariamente diventare la cosa più importante della nostra vita, ma deve essere qualcosa a cui riusciamo a dare un senso e un significato.
(0)Comments