«La cosa più scioccante è il forte timore di parlare che ho riscontrato anche tra le persone che lo criticano, oltre che tra colleghi e amici. In tantissimi hanno rifiutato di parlare». Alex Gibney, regista premio Oscar, presenta fuori concorso alla 83ma Mostra del Cinema di Venezia il suo 'Musk', documentario lungo quasi quattro ore che arriverà a ottobre nelle sale americane e che mira a indagare come un ragazzo della Silicon Valley sia diventato 'il più grande capitalista' del mondo. «Come ha fatto a diventare così potente? E perché glielo abbiamo concesso?».
È da questo interrogativo inquieto che parte il film, realizzato non per raccontare un'agiografica ascesa, ma la conquista di sempre maggiore spazio di «una persona estremamente pericolosa per le democrazie del mondo». Si parte dall'inquadratura di una nebulosa nell'universo, segue l'esplorazione dello stesso, infine la terra che esplode. Dopodiché Gibney con la sua voce fuori campo racconta di aver cercato di contattare Musk su Twitter, ma di essere stato anticipato lui (con un curioso scambio conclusosi con l'insulto 'cogl**ne' a Gibney da parte di Musk) e di aver incassato ulteriori rifiuti successivamente. Confessa gli unici lati apprezzabili del personaggio, l'ambizione e il non voler seguire regole ma inventarle, poi parte con l'analisi del fenomeno Musk, da «ragazzo prodigio» a «il più grande costruttore di tutti i tempi», come è stato definito.
L'autopromozione sfrenata, l'egocentrismo, la convinzione cieca nelle proprie capacità, l'inizio con il capitale del padre, i numerosi fallimenti («Come puoi sbagliare e continuare a guadagnare milioni?»), le vendite di Zip 2, di PayPal, la nascita di Space X per cui si voleva far chiamare «ingegnere capo pur non avendo alcuna formazione accademica» e i tre lanci disastrosi iniziali, poi la stretta di mano con Obama, lo schiacciamento progressivo non solo dei suoi cofondatori (vedi l'affaire Tesla), ma anche delle figure femminili accanto a lui.
A partire dalla prima moglie, Justine Musk: «La vita con lui era la sua vita. Era ossessionato dal lavoro e mi sentivo insignificante ai suoi occhi. Gli ripetevo che non ero una sua dipendente, mi rispondeva che se lo fossi stata mi avrebbe licenziato da un pezzo».
E ancora, l'Autopilot e le decine e decine di incidenti mortali provocati dalla guida automatica delle Tesla, e ancora l'infanzia difficile per il bullismo e le violenze paterne, il caso Twitter/X, la discesa in politica, l'appoggio a Trump, i 40 milioni dati a Ashley St. Clair per comprare il suo silenzio, e tutte le vicende che conosciamo e che Gibney ha il merito non solo di mettere in fila, ma di approfondire, e talora di decostruire, attraverso testimonianze, interviste e materiale di archivio. Anche Andreas Pichler aveva fatto un lavoro analogo, e ancora più di inchiesta, con Elon Musk Unveiled, questo film è meno d'impatto e più didascalico, ma collega tutte le tessere del puzzle tracciando il profilo di «un truffatore, di un manipolatore di borsa», rischiando la ripetizione pur di adottare «la prospettiva di Toto, il cane del Mago di Oz. Anziché rimanere ipnotizzato dal volto gigante del mago, ne intravede i piedi dietro al sipario, e scopre una serie di macchinari manovrati da un uomo qualunque nel disperato tentativo di proiettare la sua finta grandezza».
Gibney ricrea Musk tramite IA e finge un'intervista simulata con lui come fosse un videogioco per legare insieme i vari capitoli in cui è suddiviso il film, confessando che pur avendo messo lui al centro della storia siamo coinvolti tutti, perché «abbiamo permesso a lui e altri magnati della tecnologia di accumulare un potere enorme». Il film è anche un monito: «dobbiamo riuscire a trovare una via d'uscita dal guaio in cui ci siamo cacciati».
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