Robert Guédiguian: 'Parlare al cuore per cambiare il mondo'

Robert Guédiguian: 'Parlare al cuore per cambiare il mondo'
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Category: Entertainment
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VENEZIA – La trentacinquenne Juliette viene da una famiglia modesta ma, grazie all'impegno dei genitori, ha studiato e oggi ha un lavoro ben pagato in una società finanziaria, viaggia spesso e trascura le ricorrenze. E' appena stata tre mesi a Tokyo, non ha una relazione fissa ma fa qualche incontro casuale su Tinder. Una sera, dopo una festa, viene aggredita e violentata dal suo capo, si difende, ferendolo con un bicchiere, lui la accusa e chiede un risarcimento pesante, mentre l'azienda la scarica. Ora che tutto è crollato, paradossalmente, è libera: può dare una svolta alla sua esistenza riconnettendosi con le origini della sua famiglia vissuta in Algeria e scoprendo l'impegno e il volontariato in una casa di accoglienza per giovani madri single, spesso straniere. Con una protagonista luminosa come Marilou Aussilloux (nel ruolo Juliette), tornano in Une femme aujourd'hui, nuovo film del veterano Robert Guédiguian, gli storici collaboratori Ariane Ascaride (la madre Cathy) e Jean-Pierre Darroussin (il vicino di casa Monsieur Derval), oltre ai giovani Grégoire Leprince-Ringuet (Christian), Gérard Meylan (Alex) e Lola Naymark (Rebecca). Spiega Robert Guédiguian: 'Questa è la storia di una giovane donna che si considera emancipata, una persona la cui vita è facile e spensierata almeno fino a quando una violenta aggressione la costringe a prendere atto che quella libertà non era altro che una fragile facciata dietro la quale erano pronte a rivelarsi le ferite del nostro tempo. Per dare un senso alla sua esistenza, cerca un nuovo percorso. Questa donna sperimenta ciò che il nostro passato collettivo e la sua storia personale avevano nascosto sotto il tappeto. Si rende conto che le ferite si tramandano di generazione in generazione, in modo irrazionale e magico. Il cinema per me è una specie di sismografo per capire il presente. Una delle caratteristiche della nostra epoca è l'improvvisa emersione di conflitti che in precedenza erano relegati ai margini della nostra visione del mondo. Le origini, la religione, il genere e il colore della pelle delle persone ci sembravano rispettati e, anzi, superati dall'unità repubblicana. Ora sappiamo di esserci sbagliati, perché nella nostra relativa prosperità non abbiamo mai affrontato tali questioni'. Il film uscirà in Italia con Officine Ubu. Alle Giornate degli Autori abbiamo incontrato il regista. Come ha creato questa storia che ci porta dal mondo asettico della finanza internazionale a quello caldo del volontariato? E' una storia vera quella di Juliette? Non è una storia vera ma potrebbe esserlo. Sentivo che bisognava parlare assolutamente della frattura tra uomo e donna sempre più profonda negli ultimi anni. E poi di un altro tema che mi sta molto a cuore, l'immigrazione, in particolare quella algerina. Volevo trattare di questi due argomenti attraverso un personaggio giovane, che non avesse vissuto le lotte e l'impegno della mia generazione. Come vede la generazione dei trentenni? Si trovano a lavorare nella finanza internazionale, senza sapere quali sono le conseguenze delle loro azioni. I giovani più intelligenti, capaci e dotati vengono assunti da queste aziende e questo dà loro un'illusione di successo. Juliette, all'inizio del film, è felice, emancipata, guadagna bene, vive dei brevi incontri su Tinder, non si rende conto delle contraddizioni del suo ambiente, perché i suoi numeri asettici portano a licenziare delle persone. Ma a partire dalla violenza che subisce da un suo superiore tutto questo va in crisi. E in seguito apprende che anche sua nonna, una giovanissima cameriera algerina, era stata violentata da suo nonno. Esatto. Abbiamo a lungo esercitato un dominio coloniale sull'Algeria e questo passato è molto complesso. Lo mostro anche attraverso il personaggio del vicino di casa, vittima della guerra d'Algeria, perché suo padre è stato sgozzato. Cos'è oggi la memoria del colonialismo per i francesi? Un fatto politico. La destra continua a elogiare il colonialismo, dice che abbiamo fatto del bene, ma non vuole immigrati. Anche la destra che ha vinto le recenti elezioni in Germania vuole cacciare dal paese gli stranieri, compresi quelli di seconda generazione. Ci sono amici algerini che sono nati e cresciuti in Francia, ma secondo questa visione sono stranieri. Lei stesso è armeno e tedesco di origine. E' vero e di prima generazione. Bisogna pensare che in Europa la popolazione sta invecchiando e l'unica speranza per il futuro è accogliere. Bisogna rivolgersi al cuore delle persone. Se vedi un bambino africano per la strada, vuoi giocare con lui, non cacciarlo, qualsiasi sia la tua idea politica. Il cinema può e deve coltivare l'umanità. Nei miei film mi dicono che faccio un elogio della bontà. Penso sia giusto farlo dal punto di vista politico e cinematografico, aiutare gli altri a ritrovare il gusto della vita e l'amore è un compito che mi attribuisco. In questo film si nota un cambiamento generazionale, i suoi attori di sempre, Ariane Ascaride prima di tutti, ci sono, ma in ruoli meno centrali, mentre i protagonisti sono tutti giovani. Noi tutti apparteniamo a un'altra generazione e possiamo raccontare solo storie di persone anziane. Ecco perché ci vogliono nuovi attori. Marilou Aussilloux è arrivata con noi da poco, ha 30 anni ed è bravissima. Mi ha scritto delle lettere, poi Ariane, che aveva recitato con lei, me ne ha parlato benissimo. Così le ho dato un piccolo ruolo in La pie voleuse e adesso è protagonista. Condivide il nostro spirito, la nostra visione del cinema e della recitazione, l'etica del mestiere. Vorrei parlare di questo tema del destino familiare, le stesse esperienze che capitano a nonna e nipote, a distanza di tanti anni. Sì, è qualcosa di misterioso, c'è una trasmissione inconscia, qualcosa che passa dalla pelle e dal dna. Ho introdotto questa idea della magia e del dono della guarigione che Juliette ha ereditato da sua nonna. La metafora è guarire il mondo, perché quando lei si occupa di queste ragazze incinte e dei loro bambini, si sta occupando del mondo intero. Parlando di eredità, da dove viene il suo cinema? Io mi sento vicino al cinema artistico e poetico di Pasolini, per cui ho una passione assoluta, ma per il modo di raccontare una storia invece il mio modello è John Ford. Sono due idee di cinema completamente diverse e anche opposte, un cinema di poesia e un cinema di prosa, ma io mi sento legato a entrambe. E quali sono i registi che sente come fratelli? Moretti, i Dardenne, Kaurismaki, Ken Loach. Anche Brizé.

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