Lavitola, la strategia per «minimizzare»: la mia amicizia con Sigfrido? Volevo rifarmi una reputazione

Lavitola, la strategia per «minimizzare»: la mia amicizia con Sigfrido? Volevo rifarmi una reputazione
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Category: Politics
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di Ilaria Sacchettoni La difesa nega il movente politico. E l'attentato diventa una bravata Nelle settantadue pagine di memoria difensiva, depositata davanti ai giudici, i difensori di Valter Lavitola puntano a disarmare le tesi dei pm. Dalla bomba, presentata suppergiù come un grosso petardo («Una carica detonante di ridotta massa attiva»), al pericolo di inquinamento delle prove («Non più ipotizzabile dopo una confessione») fino al movente politico («Insussistente»), la parola chiave è minimizzare. Le dichiarazioni fluviali di Lavitola — che ancora ieri ha parlato per oltre mezz'ora a fronte di circa tre ore di udienza — accreditano l'idea di un blitz esplosivo come bravata «indolore» sullo sfondo di un'amicizia radicata. Il faccendiere, accusato di detenzione di materiale esplosivo con l'aggravante mafiosa, vuole scagionarsi professandosi leale nei confronti della vittima, Sigfrido Ranucci. La gip (Iole Moricca), dicono gli avvocati Arturo e Sergio Cola, ha omesso nell'ordinanza i messaggi «sul potenziamento della scorta» che, invece, spiegherebbero tutto. Aiutare Sigfrido significava aiutare sé stessi, giura Lavitola: «L'indagato — sono le parole dei suoi avvocati — ha espressamente riferito che, proprio in ragione di detta amicizia, i successi professionali, il pubblico gradimento ed eventuali incarichi politici del Ranucci avrebbero consentito anche a sé medesimo di ottenere molteplici vantaggi, primo tra tutti quello di una riabilitazione sociale minata dalle precedenti vicende giudiziarie». Il conduttore Rai avrebbe riavvicinato il faccendiere alla Roma dell'imprenditoria e dei cenacoli influenti, del mondo solvibile e di quello della comunicazione: «Mi volevo ricostruire non dico una verginità, che era impossibile, ma una reputazione in questo senso positiva» svela l'indagato. Si vuol superare, così, l'accusa di ambiguità formalizzata dalla stessa gip nei confronti del mandante. «Non sono un santo» ammette lui, spiegando che avrebbe ben accolto il collaterale aumento di popolarità dell'amico in seguito all'agguato e, certo, perfino l'ipotesi di un suo incarico istituzionale. «Consideri — dice rivolto alla gip il 12 agosto scorso — che il mio programma di vita era attivarmi sul carbon credit in Africa e non in Europa, in Brasile». Un eventuale ruolo apicale di Ranucci, insomma, avrebbe innalzato l'amico al rango di suggeritore e protetto: «Siccome io ho due figli grandi e uno piccolo, non avrei voluto lasciare su Internet che ero stato il brigante, se lei va su Internet io sono tipo il bandito Giuliano...». Sfumato, qui, il ruolo di Report. Non è chiaro, cioè, se Lavitola sognasse di indirizzare in qualche misura la trasmissione. Mentre la memoria difensiva vuol superare la questione della candidatura di Ranucci. In un messaggio vocale spedito all'amico è lo stesso giornalista Rai a smentire: «Ranucci non si candiderà mai». Non bastasse, spiegano i Cola, le chat acquisite da carabinieri alludono a un orizzonte temporale assai dilatato, quello delle elezioni del 2032. Perché ordire un attentato oggi senza la certezza di riscuotere in termini di popolarità domani? Quel che è certo, invece, è il coinvolgimento di Gomes Clesio Tavares. Lavitola parla di «mandato in bianco» nei confronti degli esecutori. Sparisce così la boutade sui colpi di pistola sparati in aria mentre si profila una sorta di orgoglio criminale del factotum camerunense: «Almeno su questo, per piacere, faccia fare a me che sono un esperto». E ancora, per rafforzare l'idea: «Non mi fare pure su questo la scuola dei millimetri di come devo fare». © RIPRODUZIONE

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