Abbiamo cominciato a guardare le nostre case da fuori, come fossimo anche noi utenti social, e nemmeno ce ne siamo accorti. Entriamo in soggiorno e, prima ancora di domandarci se sia comodo, immaginiamo come apparirebbe in una fotografia. Spostiamo una lampada perché rompe la simmetria , nascondiamo gli oggetti che usiamo ogni giorno e compriamo un tavolino sul quale è quasi impossibile appoggiare un bicchiere. Cosa regalare ai tuoi amici in base al loro segno zodiacale? case tutte uguali a perdita d'occhio: colpa anche dei social
Arredare casa per viverci sembra diventato secondario e forse lo è, conta che ogni stanza comunichi immediatamente gusto e ordine, insieme all'idea di una vita che vogliamo che gli altri pensano che conduciamo, quindi possibilmente migliore di quella che conduciamo. La colpa è soprattutto - forse esclusivamente - dei social, che hanno trasformato l'abitare in un genere visivo.
Instagram prima e TikTok poi ci hanno consegnato un repertorio infinito di case tutte identiche, e non solo perché tutti compriamo le cose che "vanno di moda", tra cucine color salvia, divani color crema, librerie curate come vetrine e camere da letto che sembrano appartenere tutte allo stesso catalogo. Ma anche perché compriamo le cose negli stessi posti, e gli stessi posti vendono le stesse cose.
Non ci limitiamo più a osservare quelle immagini in cerca di ispirazione ma forza di scorrerle, abbiamo imparato a considerarle il modello al quale una casa dovrebbe somigliare. Così l'arredamento, un tempo costruito lentamente intorno alla vita e ai bisogni di chi abitava uno spazio, viene spesso deciso a partire dal suo risultato finale. Prima si sceglie l'estetica, poi si prova a infilarci dentro la quotidianità. Quando la casa diventa un contenuto smette di essere casa?
I social non hanno inventato il desiderio di avere una bella casa né quello di mostrarla agli altri. Hanno però cambiato la frequenza e l'ampiezza di quello sguardo, limitando anche il gusto personale (già limitato dal reddito basso generale). Un ambiente privato può diventare in qualsiasi momento lo sfondo di una storia o di una videochiamata così anche quando nessuno ci sta osservando, finiamo per comportarci come se la casa avesse un pubblico. O potesse averlo da un momento all'altro.
L'algoritmo, del resto, ama ciò che si comprende in pochi secondi, premia gli ambienti coerenti, le palette riconoscibili e gli oggetti già associati a un certo tipo di gusto. Non sa che quella sedia bellissima fa venire mal di schiena o che la parete "green" piena di piante è bella ma non abbiamo un centimetro per poggiare il telefono.
Tutto ciò che rende una casa comoda si scopre nel tempo, tutto ciò che la rende virale deve essere evidente al primo sguardo. La conseguenza è una inquietante uniformità presentata come espressione personale. Scegliamo tutti gli stessi specchi e le stesse lampade, tutte declinate nelle medesime tonalità, convinti di aver trovato il nostro stile. In realtà stiamo arredando per essere riconosciuti.
La casa diventa una specie di curriculum estetico: deve dimostrare che conosciamo le tendenze e che sappiamo tradurle in acquisti.
La bellezza non è il problema ovviamente, ma lo diventa quando smette di servirci e comincia a impartire ordini: il divano bianco impone di stare attenti a ogni movimento o il piano di lavoro sgombro e lucido richiede di nascondere continuamente ciò che serve per cucinare. A quel punto non siamo più noi ad abitare la casa: siamo incaricati di conservarne l'immagine. La vita domestica - quella vera, quella della macchia di caffé - avviene ormai fuori dall'inquadratura. Tornare ad arredare casa per viverci
Per arredare casa per viverci occorre cambiare proprio la prospettiva di partenza. Invece di chiedersi quale stile desideriamo, possiamo osservare quali gesti compiamo ogni giorno e dove incontriamo un ostacolo. Se lavoriamo spesso al tavolo della cucina, una sedia adatta conta più del centrotavola. Se leggiamo la sera, la luce deve trovarsi nel punto giusto anche quando altera l'equilibrio perfetto della stanza.
Se lasciamo sempre le chiavi nello stesso posto, forse è lì che serve un ripiano, per quanto Pinterest suggerisca altro. Una casa funzionale non è necessariamente più grande o più costosa però certamente è una casa che ha imparato le abitudini dei propri abitanti: gli oggetti si trovano vicino al luogo in cui vengono usati e i percorsi sono semplici.
Serve anche il coraggio di tenere qualcosa che non possiede alcun prestigio estetico. Una poltrona fuori moda può essere il luogo in cui riposiamo meglio e un mobile ereditato - di quelli che non fanno più e se li facessero non potremmo permetterci - può convivere con ciò che abbiamo scelto dopo, senza essere ridipinto nel colore del momento.
La casa acquista identità proprio quando smette di voler somigliare al catalogo stagionale di multinazionali varie ed eventuali e a registrare il tempo trascorso al suo interno. E un'altra cosa, vogliamo dire, sulla patologizzazione / estetizzazione del caos. la casa fotogenica o la casa che ci somiglia?
Sui social il disordine viene trattato come un incidente da eliminare prima dello scatto oppure come il principale contenuto visivo da cui partire per discutere di salute mentale. Nella vita reale è la normalità. Gli oggetti lasciati in giro raccontano ciò che stiamo facendo, quando lo facciamo e che tipo di giornata o settimana stiamo avendo. Prima di nasconderli, potremmo ascoltare quello che dicono della casa e di noi.
Le superfici possono ospitare le cose che servono e un plaid può restare sul divano senza essere piegato perché la casa non è un'opera conclusa: si modifica insieme a noi anche nelle piccole cose, assorbe i cambiamenti del lavoro e delle relazioni, segue perfino un corpo che invecchia.
I social continueranno a offrirci immagini bellissime e alcune saranno davvero utili, ma possiamo guardarle senza concedere loro il diritto di stabilire come, o dove, dobbiamo vivere. Occorre tornare ad arredare la casa dall'interno, partendo da ciò che facciamo quando nessuno ci guarda.
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