Il giuramento come soglia: sette vite consegnate alla giustizia
di Vincenzo Candido Renna
Ci sono parole che si pronunciano una volta sola e continuano a parlare per tutta la vita.
Il 7 settembre 2026, nell'Aula Magna della Corte d'Appello di Lecce, sette giovani magistrati hanno pronunciato la formula del giuramento: fedeltà alla Repubblica, osservanza delle leggi, coscienza nell'adempimento dei doveri. Poche parole, ordinate con quella sobrietà che appartiene alle cose serie. Eppure, mentre vengono dette, qualcosa cambia. Fino a un istante prima c'erano anni di studio, concorsi, attese, codici sottolineati, giorni sottratti ad altro. Un istante dopo comincia un mestiere nel quale le parole possono incidere sulla libertà, sul patrimonio, sugli affetti, qualche volta sull'intera vita degli altri.
Giulia Cazzella, Sara Sozzo, Maria Luisa Bilico, Marco Sarno, Altea Tafuro, Alessandro Sbarro e Federico De Giorgi hanno attraversato questa piccola, solenne frontiera.
Il presidente Del Coco, presiedendo il collegio insieme ai giudici Pietro Baffa e Bianca Maria Todaro, alla presenza del Procuratore Capo Capoccia e della cancelliera Marilena Legittimo, ha ricordato una verità tanto semplice da rischiare talvolta di essere dimenticata: dietro ogni causa e ogni processo c'è una vicenda umana.
Forse tutto il mestiere del giudice potrebbe cominciare da qui.
I fascicoli hanno numeri, le sentenze massime, le norme commi. Le persone, invece, hanno paure, errori, ragioni, debolezze, talvolta colpe. Il diritto nasce anche per mettere ordine in questa materia irregolare che è la vita. Ma, proprio per questo, chi lo applica deve possedere una virtù difficile: vedere la regola senza perdere di vista l'uomo.
È quella mitezza del diritto di cui tanto si è scritto, non come indulgenza né come esitazione, ma come coscienza del limite. La legge deve essere ferma; chi la applica non ha bisogno di esserlo più della legge stessa. Prima di decidere occorre ascoltare, prima di concludere comprendere, e persino davanti alla norma apparentemente più limpida ricordarsi che la realtà possiede sempre qualche sfumatura in più.
C'è poi un'altra storia, meno solenne ma forse altrettanto importante, dentro quei sette giuramenti. È la storia di un ascensore sociale che, almeno qualche volta, continua a funzionare.
Il concorso in magistratura rimane uno dei luoghi nei quali una ragazza o un ragazzo possono sedersi davanti a una prova portando con sé soprattutto ciò che hanno studiato. Non conta abbastanza da dove vengano, conta molto di più quanto abbiano lavorato per arrivare fin lì. Dietro un risultato simile ci sono anni poco fotografabili: biblioteche, rinunce, pagine ricominciate, concetti che non entrano in testa e poi, misteriosamente, vi restano per sempre.
Ma vincere un concorso significa soltanto conquistare il diritto di cominciare.
Lo hanno ricordato i magistrati più anziani con quella particolare tenerezza che nasce quando, guardando qualcuno all'inizio della strada, si riconosce da lontano la persona che si è stati. Anche loro, un giorno, avranno indossato per la prima volta una toga sentendola forse un poco troppo larga. Poi il tempo insegna a portarla. L'importante è non arrivare mai al punto di credere che sia diventata una seconda pelle.
Perché il potere di giudicare contiene un'insidia sottile: abituarsi a esercitarlo.
Occorrono allora competenza e umiltà, due parole che sembrano appartenere a famiglie diverse e che invece hanno bisogno l'una dell'altra. La competenza senza il dubbio può diventare presunzione; l'umiltà senza studio rischia di essere soltanto insicurezza. Il buon giudice abita nel difficile spazio che le separa e le unisce. Studia molto proprio perché sa di non sapere abbastanza. Torna ai codici, verifica, ascolta, cambia idea quando occorre. E soprattutto conserva quella piccola inquietudine che dovrebbe accompagnare chiunque abbia il potere di decidere della vita altrui.
Anche per questo il tirocinio che ora attende i sette giovani magistrati è molto più di una tappa burocratica. È forse l'ultimo tempo nel quale potranno osservare la giurisdizione come si guarda un paesaggio dall'alto, prima che ciascuno imbocchi il proprio sentiero. Vedranno materie diverse, giudici diversi, modi diversi di interrogare un fascicolo e di ascoltare un'aula. Alcune cose serviranno subito, altre molti anni dopo. Altre ancora sembreranno inutili finché, in una mattina qualsiasi, torneranno improvvisamente alla memoria.
È questo, in fondo, il privilegio degli inizi: non sapere ancora quali incontri diventeranno decisivi.
Alla fine della cerimonia sono rimasti la commozione trattenuta, qualche sorriso, le fotografie che inevitabilmente consegnano alla memoria ciò che il tempo comincerà subito a cambiare. Ma soprattutto sono rimasti sette giovani davanti a una strada molto lunga.
Da oggi avranno fascicoli da studiare, decisioni da prendere, errori da evitare e forse qualcuno da riconoscere. Impareranno che la giustizia possiede la solennità delle grandi parole, ma vive soprattutto di gesti piccoli: leggere una pagina in più, ascoltare una ragione fino in fondo, dubitare un minuto ancora prima di decidere.
La bilancia della giustizia, del resto, non chiede mani infallibili.
Chiede mani ferme abbastanza da reggerla e leggere abbastanza da sentirne il peso.
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