La resilienza di Graines, paese delle otto montagne: 'Qui solo due famiglie'

La resilienza di Graines, paese delle otto montagne: 'Qui solo due famiglie'
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Negli anni Settanta quando le miniere d'oro erano aperte c'era anche una scuola: ora è diventata un museo. Paolo Cognetti: 'Quando i registi cercavano il paese… GRAINES – Popolazione residente nel 1901: 176. Nel 1971: 63. Oggi a Graines, Grana in patois che è lingua viva e cardinale nella valle, i residenti effettivi sono 12, solo due hanno meno di vent'anni e solo due sono i cognomi, a indicare gli stretti legami tra le famiglie di allevatori che vivono all'ingresso del paese. Val d'Ayas, frazione di Brusson, 1.380 metri d'altezza. Lontana e non solo fisicamente dalle luci di Courmayer e Cervinia, dai condomini in serie anni Sessanta e dalle piste di Champoluc, 'il paese di Grana si trovava nella diramazione di una di quelle valli, ignorata da chi passava di lì come una possibilità irrilevante'. Bar e ristoranti: zero. Alimentari: zero. Bisogna scendere di duecento metri di dislivello, tutti tornanti, per trovarne uno, e la scritta sbiadita sull'ingresso di una casa — 'commestibili e vini' — racconta solo quello che Grana è stata fino agli anni Settanta, quando qui vicino erano ancora in attività, anche se soltanto per studi scientifici, le miniere d'oro e quando qui c'era ancora una scuola. Le otto montagne . Ma a Grana Paolo Cognetti che quel libro lo aveva scritto nel 2017, aveva già ambientato il suo romanzo, «e quando i registi cercavano il paese giusto, la Film Commission li aveva portati in giro per tutta la Val d'Aosta. Poi li ho accompagnati a Grana e hanno detto: 'Ma questo è perfetto'. Eh già». Paolo Cognetti tra i ruderi di Grana girava già da un po' di anni. Dalla sua Estoul, qualche chilometro più su, scendeva tra i vecchi rascard abbandonati, «ed era stato importante anche un libro di Sergio Luzzatto sulla breve esperienza partigiana di Primo Levi, entravo di nascosto nella scuola per cercare i posti di cui parlava». Quel libro, Partigia, racconta della banda di partigiani che da Casale Monferrato arrivò in questo villaggio nel 1943, trovando rifugio e riparo proprio in quella scuola che poi sarebbe diventata la casa di Pietro nel film. L'amico di Cognetti che ha ispirato Le otto montagne «aveva la mamma di Graines, Anna. Raccontava che in quella scuola lei ci era andata, con i partigiani nascosti al piano di sopra». Oggi, grazie al lavoro e alla passione della Consorteria di Graines, è diventato un museo della 'Comunità rurale e la sua scuola frazionale'. Un incrocio di storie e scoperte, i partigiani che si nascondevano al primo e al secondo piano, proprio sopra l'aula della scuola che la Consorteria — associazione di residenti e villeggianti storici lombardi e piemontesi — ha pazientemente ricostruito, tra fondi regionali che hanno permesso di consolidare mura, rifare scale e impianti. E così l'aula con i banchi di legno e i buchi per i calamai, la porta accanto che dà direttamente nella stanza da letto della maestra, perché ancora fino agli anni Sessanta le insegnanti che venivano mandate qui a fare scuola a bambini di ogni età — quando non erano impegnati nei campi — non tornavano a valle ogni giorno e dormivano lì, casa e bottega. E la vecchia cucina annerita dal fumo del camino, la stanza all'ultimo piano dove sono esposti attrezzi e reperti della vita contadina, il locale a piano a terra dove d'inverno si viveva accanto alle bestie e dove, cinquant'anni fa, c'era un piccolo bar con l'unico telefono del paese. «Per avventura esploravamo le case abbandonate, a Grana ce n'erano più di quante ne potessimo desiderare: vecchie stalle, vecchi fienili e granai, un vecchio emporio dagli scaffali polverosi e vuoti, un vecchio forno per il pane annerito dal fumo», dice il protagonista delle pagine di Cognetti. Qualche turista arriva, a cercare i luoghi delle Otto montagne, o dopo aver visitato il Castello vicino, o tornando dai laghi di Frudière, percorso che parte proprio dalla piazzetta di Graines, dove capre e vacche si abbeverano alla fontana pubblica, e sono padrone di casa. «Il paese era in totale abbandono vent'anni fa, poi è cambiato, sono arrivate persone da fuori, altri se ne sono presa cura, qualcuno si è messo a scrivere romanzi e girare film. Non dev'essere facile per chi ci è nato, per loro noi siamo quelli che hanno buon tempo, cioè tempo da perdere», racconta Cognetti, e la sua riflessione sembra non lontana da quella dello stesso Luzzatto che descrivendo quei giorni del '43 scriveva: «Duecento circa gli abitanti del villaggio, un centinaio i ribelli I ribelli dovevano contare su qualche aiuto da parte dei locali. Al tempo stesso, in un regime di paura diffusa com'era quello della guerra mondiale, era normale che i locali riconoscessero nella presenza dei partigiani una fonte di noie, o di autentici guai». Difficile dire quanto valga ancora oggi: la Val d'Ayas, come altri luoghi di montagna, ha vissuto un'estate di turismo di massa, con tutto quel che ne consegue. E i prezzi delle case, in affitto e in vendita, stanno lievitando, anche se non ai livelli di altre località più note. Ma le capre e le vacche che girano per il paese, per fortuna, nulla sanno di tutto questo.

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