Piantedosi sotto accusa sul caso Vannacci. Appendino: «La rabbia sociale non va demonizzata, va indirizzata verso l'alto»

Piantedosi sotto accusa sul caso Vannacci. Appendino: «La rabbia sociale non va demonizzata, va indirizzata verso l'alto»
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Category: Politics
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Sul caso dell'evento di Torino con il generale Roberto Vannacci, il Movimento 5 Stelle alza il livello dello scontro e punta direttamente al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Nel mirino dei parlamentari piemontesi Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro c'è l'iniziativa organizzata dal sindacato di polizia Fsp, che secondo i pentastellati sarebbe stata presentata ufficialmente come un seminario di formazione. È proprio su questo punto che il M5S costruisce la propria accusa: se i documenti ufficiali qualificavano l'appuntamento come attività formativa, sostengono i parlamentari, la successiva presa di distanza del Dipartimento della Pubblica Sicurezza non sarebbe altro che una correzione di rotta arrivata dopo l'esplosione delle polemiche. «Il ministro Piantedosi si assuma la responsabilità di questa ennesima figuraccia che fa fare alle istituzioni e chieda scusa», affermano Appendino, Iaria e Pirro, contestando quella che definiscono una «retromarcia» del Dipartimento. Una retromarcia che, nella loro lettura politica, avrebbe l'obiettivo di mettere una toppa a una vicenda diventata rapidamente terreno di scontro. Il caso, per i Cinque Stelle, non sarebbe inoltre isolato. I parlamentari richiamano anche i recenti sospetti sulla presenza di esponenti delle forze dell'ordine e dell'esercito vicini a formazioni dell'estrema destra, chiedendo al ministro di fornire «subito spiegazioni pubbliche». Una richiesta che porta la discussione oltre il singolo appuntamento torinese e investe il rapporto tra istituzioni, forze dell'ordine e agibilità politica di esponenti della destra radicale. Ma mentre sul fronte interno il M5S incalza il governo, Chiara Appendino allarga lo sguardo e interpreta il voto tedesco come il sintomo di una frattura sociale molto più profonda. In un lungo intervento sui social, la deputata invita a non liquidare il consenso per Alternative für Deutschland attraverso la semplice categoria della demonizzazione. La tesi è netta: prima di diventare consenso per l'estrema destra, la rabbia sociale passa spesso dall'astensione. «Il primo serbatoio dell'estrema destra non è stato un altro partito: sono stati gli astenuti», sostiene Appendino, secondo la quale una parte crescente dell'elettorato non si sentirebbe più rappresentata dalla politica tradizionale. Il punto, nella lettura della parlamentare, non è assolvere l'AfD, ma comprendere il terreno sul quale quella forza politica riesce a prosperare. La rabbia, osserva, nasce nei luoghi nei quali lo Stato arretra: nelle fabbriche che chiudono, nelle famiglie schiacciate dal costo della vita, nei territori privi di servizi essenziali, nelle periferie segnate dal degrado. È qui che Appendino colloca quella che definisce la «vera insicurezza», quella sociale. Una paura che, nella sua descrizione, non avrebbe a che fare con l'origine o con il colore della pelle, ma con la precarietà economica: lo stipendio che non basta, l'affitto da pagare, le spese scolastiche per i figli, l'incertezza sul futuro. Da questa premessa parte l'attacco al governo. Appendino contrappone le scelte dell'esecutivo — dagli aumenti degli stipendi di ministri e sottosegretari al mancato salario minimo, dalla gestione degli extraprofitti energetici alle risorse destinate alla sanità e alla spesa militare — alla condizione quotidiana di chi fatica ad arrivare alla fine del mese. La sua è una lettura dichiaratamente politica: la destra, sostiene, intercetta la rabbia indirizzandola verso il basso, contro chi è più fragile o contro lo straniero; il Movimento 5 Stelle dovrebbe invece indirizzarla verso l'alto, contro privilegi, speculazioni e disuguaglianze. Una contrapposizione condensata in una formula destinata a diventare uno degli slogan della sua riflessione: «La rabbia è la stessa. La direzione deve essere opposta». È una linea che porta Appendino a individuare nell'astensionismo il vero terreno della futura competizione politica. Non soltanto chi vota per un'altra forza, dunque, ma soprattutto chi ha smesso di votare perché non crede più che la politica possa incidere sulla propria vita. Ed è proprio in quel vuoto, secondo la deputata, che l'estrema destra può prosperare: quando la politica rinuncia a presidiare i territori del disagio, qualcun altro può trasformare la paura in risentimento e il risentimento in odio. Il messaggio rivolto al M5S è quindi anche un'indicazione strategica per il futuro. La sfida, sostiene Appendino, non si vince nei «salotti», ma tornando nei luoghi nei quali il rapporto tra cittadini e istituzioni si è spezzato. La risposta all'avanzata della destra radicale, nella sua prospettiva, non sarebbe una semplice battaglia culturale contro le sue parole d'ordine, ma la capacità di riempire il vuoto con politiche concrete. Una sfida che il Movimento 5 Stelle rivendica come parte della propria identità originaria: parlare agli esclusi, intercettare il disagio e trasformarlo in rivendicazione di diritti. Il filo che unisce, almeno sul piano politico, le due prese di posizione di Appendino è dunque la stessa domanda: chi occupa lo spazio lasciato libero dalle istituzioni quando una parte della società smette di sentirsi rappresentata? Nel caso torinese, il M5S chiede al ministro dell'Interno di assumersi la responsabilità politica di una vicenda che considera imbarazzante per le istituzioni. Sul terreno europeo, Appendino individua invece nella disaffezione politica e nella crescente insicurezza economica il terreno sul quale la destra radicale può costruire il proprio consenso. Due fronti diversi, ma una medesima parola chiave: vuoto. Quello che si crea quando le istituzioni perdono credibilità e quello che si apre quando la politica smette di dare risposte alle paure sociali. Ed è proprio dentro quel vuoto che, secondo la deputata pentastellata, si decide la prossima partita politica.

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