Ottobre potrebbe diventare il mese peggiore per Piazza Affari. Ecco i segnali da monitorare

Ottobre potrebbe diventare il mese peggiore per Piazza Affari. Ecco i segnali da monitorare
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Category: Financial
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Cosa succederebbe se il mese che sta per arrivare si rivelasse, dati alla mano, il più insidioso dell'anno per chi ha soldi investiti a Piazza Affari?Esiste una combinazione di fattori tale per cui, potrebbe davvero essere così. La finanza lavora su distribuzioni di probabilità, non su certezze, e quella di ottobre presenta una coda sinistra particolarmente pesante. Sei delle otto maggiori flessioni giornaliere registrate dal Dow Jones nella storia si sarebbero concentrate in questo mese: il 28 e 29 ottobre 1929, che aprirono la stagione della Grande Depressione; il cosiddetto Black Monday del 19 ottobre 1987, quando l'indice collassò del 22% in una singola seduta, una perdita che non avrebbe trovato eguali; e infine ottobre 2008, che registrò le vendite più acute dell'intera crisi finanziaria globale, sebbene le crepe si fossero aperte già a settembre con il fallimento di Lehman Brothers. Sarebbe però impreciso concludere che ottobre produca crolli in modo automatico e strutturale. Lo stesso mese ha accolto alcune delle riprese più vigorose della storia borsistica moderna. Ciò che la statistica suggerisce è piuttosto che ottobre tenderebbe a concentrare episodi di volatilità estrema, ovvero movimenti di prezzo bruschi e imprevedibili compressi in un arco temporale ristretto. Questi si distinguono concettualmente dai mercati ribassisti prolungati, i cosiddetti bear market, che si sviluppano gradualmente su mesi o anni come avvenne nel biennio 1973-1974. La distinzione è rilevante per l'investitore retail: un bear market lascerebbe tempo di riposizionarsi, uno shock compresso non lo permetterebbe. Va precisato che settembre detiene statisticamente il primato dei rendimenti medi più bassi dell'anno, mentre ottobre si distinguerebbe non per le perdite medie ma per i picchi di volatilità episodica. Il punto non sarebbe dunque che ottobre sia strutturalmente il mese peggiore, ma che quando le condizioni di fragilità preesistono, questo mese avrebbe dimostrato storicamente di essere quello in cui tali fragilità si manifestano con la massima intensità. La pressione dei tassi e la concorrenza silenziosa ai dividendi Il contesto macroeconomico di settembre 2026 aggiungerebbe un secondo livello di pressione su Piazza Affari. I nonfarm payrolls americani di agosto avrebbero sorpreso nettamente verso l'alto, con 162.000 nuovi posti di lavoro creati contro una previsione di 55.000, quasi il triplo delle attese. Il salario medio orario sarebbe cresciuto del 3,1% su base annua, rafforzando la posizione di chi, all'interno della Federal Reserve, sostiene la necessità di un nuovo rialzo dei tassi nella riunione del 15-16 settembre. I contratti swap assegnerebbero a questa ipotesi una probabilità superiore al 60%. In questo quadro si inserirebbe la tornata autunnale degli stacchi dei dividendi sulle principali società quotate. Lo stacco cedola non è un regalo gratuito: nel giorno della distribuzione, il prezzo del titolo scende di un importo equivalente al dividendo stesso. Il meccanismo è neutro sul piano contabile ma non necessariamente su quello del rendimento reale. Se un titolo vale €20 e stacca una cedola di €0,20, alla riapertura del mercato quota €19,80. L'investitore riceve i €0,20 ma vede il controvalore in portafoglio ridursi della stessa cifra. Questo dettaglio tecnico diventerebbe critico in un contesto di mercato sotto pressione: se il titolo non recuperasse il gap da dividendo nelle settimane successive, il rendimento da cedola verrebbe in parte o del tutto eroso dalla perdita in conto capitale. La leva finanziaria come detonatore silenzioso Il terzo livello di rischio potrebbe essere il più insidioso proprio perché il meno percepibile dall'investitore retail. I mercati azionari globali opererebbero oggi con un grado di indebitamento strutturale molto elevato da parte degli operatori istituzionali. Questo funzionerebbe perfettamente finché i mercati salgono, ma si trasformerebbe in un acceleratore di crisi nel momento in cui la direzione si invertisse. Quando un titolo inizia a perdere terreno, gli investitori con leva elevata sarebbero costretti a liquidare le proprie posizioni per restituire il debito prima che il collaterale, ovvero le azioni date in garanzia, si azzeri completamente. Queste vendite forzate, dette margin call, deprimerebbero ulteriormente i prezzi, innescando nuove margin call in un meccanismo a cascata difficile da arrestare. Andrew Bailey, governatore della Bank of England, avrebbe già evidenziato in sede G20 questa fragilità sistemica, richiamando l'attenzione su valutazioni ritenute eccessive rispetto agli attuali costi di finanziamento, su una possibile bolla nel comparto dell'intelligenza artificiale e sulla vulnerabilità strutturale del sistema bancario ombra. Si aggiunge a questo quadro la forte concentrazione degli investimenti globali su pochi grandi titoli tecnologici americani, le cosiddette Big Seven: una correzione improvvisa su uno di questi colossi si propagherebbe rapidamente alle borse europee e ai mercati italiani attraverso i fondi di investimento che li detengono in portafoglio, indipendentemente dai fondamentali delle singole società quotate a Milano. Quindi... Ottobre 2026 non sarebbe necessariamente destinato a diventare il mese peggiore per Piazza Affari: la finanza non funziona per copioni scritti in anticipo, e i mercati hanno spesso smentito le previsioni più pessimistiche proprio quando queste sembravano più solide. Quello che i tre livelli di rischio descritti suggerirebbero, però, è che le condizioni di fragilità ci sarebbero tutte, e che chi ha capitale investito potrebbe trovare utile questo momento per riflettere con calma sulla propria esposizione, sulla liquidità disponibile e su quanto sarebbe disposto a tollerare in termini di oscillazioni temporanee. Non si tratterebbe di allarmarsi, ma di guardare ai segnali con la stessa attenzione che si riserva alle opportunità.

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