Il 7 settembre 2016 diciotto lavoratori de La Provincia Quotidiano ricevono la lettera di licenziamento. Dieci anni dopo resta una ferita aperta: non solo per chi il giornale lo faceva, anche per chi lo cercava ogni mattina in edicola.
Una data. 7 settembre 2016. Diciotto buste, diciotto nomi, diciotto percorsi professionali che in una mattina cambiano direzione. Quel giorno di dieci anni fa il postino recapitò le 18 lettere di licenziamento a tutti i dipendenti della cooperativa che editava il quotidiano La Provincia. Dieci anni dopo, quella data brucia ancora.
Non solo giornalisti. Anche Grafici. Segreteria. Collaboratori.Fotografi. Gente che il giornale lo costruiva ogni giorno, pagina dopo pagina e che un giorno di settembre smette di farlo. Ma la storia non si chiude lì, dentro quella redazione. Si allarga fuori, tra i lettori.
Cos'era La Provincia
Un giornale locale che funziona non è mai solo un giornale. Diventa un'abitudine. Per Hegel era la preghiera laica del mattino.
C'è chi riconosce le firme senza guardare la testatina. Chi cerca una pagina precisa. Chi vuole sapere cosa succede nel proprio Comune: lo trova scritto lì, da nessun'altra parte. Non serve essere d'accordo per sentirlo proprio: basta farlo entrare nella routine. Quando La Provincia chiude, chiude anche quello: l'abitudine, il rito quotidiano, il rapporto.
Una testata si può sostituire. Si aprono siti, si trovano altri canali. Ma la fiducia costruita in anni no, quella non si ricrea a comando. Giornalisti che sapevano chi chiamare, dove cercare, quali domande fare. Grafici che conoscevano il giornale a memoria. Redattori e collaboratori che erano ingranaggi, non comparse. Quando quella squadra si disperde, si disperde con lei un patrimonio di conoscenza del territorio. Si indebolisce una voce. E un territorio senza voce perde un pezzo della propria capacità di raccontarsi, di ricordarsi, di riconoscersi.
Due nomi da ricordare e rispettare
Arnaldo Zeppieri
Un nome da non perdere: Arnaldo Zeppieri, oggi presidente di Ance (l'associazione dei Costruttori Edili). Per dodici anni editore, per dodici anni a credere in quel progetto. Dodici anni in cui quelle persone hanno lavorato, sono cresciute, hanno costruito storia previdenziale su quella stagione. Finché c'è stato, l'azienda ha retto: quando le situazioni della vita gli hanno imposto di concentrarsi con molta urgenza su altro, ha dovuto lasciare cercando mani responsabili alle quali affidare quella creatura che aveva iniziato ad accudire quando era ancora in fasce. Non si riscrive il finale. Ma quello che c'è stato prima merita un grazie sincero.
A generare quella creatura fu Umberto Celani. Fondatore, direttore, padre di quell'impresa editoriale. Lui che aveva già compiuto il miracolo di far nascere il primo quotidiano locale della provincia di Frosinone, Ciociaria Oggi. L'ha voluta, l'ha fatta crescere, l'ha difesa con i denti fino all'ultimo giorno. Se n'è andato pochi mesi prima della fine. Non ha visto il crollo. Ha lasciato però professionisti formati, storie raccontate, lettori fedeli. Un pezzo di memoria della provincia.
Il vuoto
Dieci anni dopo, quei diciotto hanno preso strade diverse. Chi è rimasto nel giornalismo, chi ha cambiato mestiere, chi ne ha trovato uno nuovo. La vita va avanti, come deve. Il giornale no. Non è tornato. E non è tornato nemmeno quel rapporto preciso — pagine, lettori, mattine in edicola — costruito negli anni. E mai più ricomposto.
Non è nostalgia per un prodotto. È l'assenza di qualcosa che apparteneva alla vita di tutti i giorni di una comunità. Dieci anni. La ferita, per chi c'era e per chi quel giornale lo aspettava ogni mattina, resta aperta.
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