Francesco Cinelli e il viaggio nel libro 'Un Matto di Paese'

Francesco Cinelli e il viaggio nel libro 'Un Matto di Paese'
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Category: Health
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'Un Matto di Paese' è un libro che sfocia in un appello accorato per ribaltare l'illusione collettiva della 'normalità'. Francesco Cinelli sceglie di non far parlare altri al suo posto: si pone al centro della storia, rivendicando il diritto di raccontare la sofferenza psichica con la voce diretta di chi la vive sulla propria pelle, proponendo un cammino fatto di empatia, prevenzione e autentica inclusione. Approfondiremo insieme a lui i punti chiave del suo percorso, il rapporto con la cura e con la scrittura. Benvenuto, Francesco. Da dove nasce l'esigenza di scrivere 'Un Matto di Paese'? Come hai scelto il titolo? Salve e grazie per la Vostra intervista. Non ho mai ricevuto un'intervista nella mia vita. Il mio libro nasce da un bisogno e da una bella provocazione di un terapeuta che mi ha accompagnato per diversi anni. Dopo avergli girato dei pensieri scritti sull'inclusione sociale sostenibile, con esempi concreti, mi disse di provare a scrivere qualcosa su chi ha disagi psichici e sul resto della società. Ho provato a scrivere un libro che tocca diverse tematiche. 'Un Matto di Paese' è un titolo provocatorio… fino a un certo punto. Ripensando alle tue prime intuizioni d'infanzia e agli anni della scuola, in che modo percepivi la tua 'diversità' prima ancora di avere un nome da darle? La percepivo e la vivevo con sentimenti di paura, esclusione, vergogna e solitudine. Alle superiori ho trovato la possibilità di fruire di uno sportello di supporto psicologico, per me importantissimo, e, da adolescente cresciuto, credo in questi e in altri interventi, anche in collaborazione tra le scuole di un comune o di un territorio. Nel libro racconti senza filtri l'esperienza dei ricoveri in clinica psichiatrica, la terapia farmacologica e la psicoterapia. Qual è stato il ruolo di ciascuno di questi elementi nel tuo percorso di cura? Farmaci e psicoterapia sono supporti per me fondamentali, ancora oggi, mentre delle cliniche ho il ricordo, sì, di una privazione della libertà finalizzata alle cure: il cancello chiuso e gli spazi delimitati sono degli esempi forti. Nonostante tutto, nella clinica psichiatrica, tra tanta sofferenza, il dolore che appartiene a ognuno si condivide, così come le storie, le emozioni, i fallimenti, ma anche i progetti e i sogni. Qualora dovesse occorrere un nuovo ricovero, non rappresenterà una vacanza, ma lo affronterei concordando il percorso con i medici che mi consigliano e che, anzi, colgo l'occasione per ringraziare. Ho trovato nel mio percorso persone competenti e, al tempo stesso, molto umane. Spesso della salute mentale parlano esperti, familiari o medici; tu hai scelto di prendere la parola in prima persona. Quanto è importante che sia chi vive il disagio a raccontare la propria storia? Le storie personali, che iniziano a essere maggiormente rappresentate, non escludono i trattati di psichiatria o di psicologia. 'Un Matto di Paese' ha ricevuto opinioni che reputo interessanti tra gli addetti ai lavori e anche da alcuni familiari, che hanno condiviso la loro esperienza di sofferenza e, a tratti, di impotenza con un figlio che si può chiamare Francesco e ha un disturbo bipolare, ma anche altri disagi difficili da gestire nonostante l'amore. Una sofferenza che entra in casa e diventa di chiunque la viva. Ho avanzato personalmente e in più occasioni proposte scritte a enti e ai responsabili delle risorse umane di prossimità, perché il depotenziamento dei servizi e del personale medico è allarmante. Ho chiesto la possibilità di verificare se sia possibile convenzionare, anche in parte, le cure nel privato, sia quelle psichiatriche sia i percorsi di psicoterapia. Sono, a mio avviso, fondamentali percorsi mirati di inclusione sociale. Trovo poca attenzione, se non assenza di interesse. Una spesa molto consistente è destinata alle comunità di reinserimento convenzionate. Da non medico non posso dare pareri su queste strutture, ma chiedo e continuerò a chiedere, augurandomi sostegno, che ci siano migliori condizioni per accedere alle cure e a percorsi di inclusione sociale: un percorso mirato che alleggerisca la persona che porta il disagio, i familiari e, credo, arricchisca la comunità. Il piano sulla salute mentale in vigore prevede questi e altri ambiziosi obiettivi, ma mi auguro che le risorse economiche aumentino, perché la media annua investita per ogni persona coinvolta nei progetti rappresenta poco più del costo di una confezione degli ansiolitici più diffusi. Non mi risulta poi il coinvolgimento di pazienti nella stesura di questi interventi, Come? Chi è al centro di questi importanti interventi non ha avuto una importante voce nella stesura di iniziative a loro sostegno? Questa non è inclusione perché se i pazienti vengono interpellati su esigenze personali e collettive sono presenti e rappresentano un grande valore aggiunto. Sono coinvolte quasi un milione di persone in questi progetti, che vi invito a visionare nelle pagine istituzionali. Se potessi fare in modo che un lettore chiuda il tuo libro ricordando una sola riflessione o sensazione, quale vorresti che fosse? Perché? Inclusione sociale sostenibile, perché la parola 'inclusione' è spesso utilizzata ma priva di contenuti: sta diventando quasi una moda, mentre la salute mentale no, non è affatto una moda e non va in vacanza.

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