Il 7 ottobre 2023 Israele fu colto di sorpresa. È una frase che abbiamo scritto, letto e ascoltato centinaia di volte negli ultimi tre annie che continua a essere vera, almeno se per sorpresa intendiamo ciò che accadde quella mattina. Hamas riuscì ad attraversare il confine dalla Striscia di Gaza, sopraffare le difese israeliane e compiere un attacco di dimensioni che Israele non aveva previsto né era preparato a fronteggiare.Più passa il tempo, però, più diventa difficile utilizzare la sorpresa come categoria sufficiente per spiegare ciò che avvenneprima delle 6:30 di quella mattina.
L'ultimo elemento arriva da un'inchiesta pubblicata daHaaretzl'8 settembre, basata sul lavoro dei giornalistiShlomi EldareRuth Yuvalper il libroKidnapped: 843 Days of Abandonment. Secondo la ricostruzione,una decina di giorni prima del 7 ottobreil presidente degli Emirati Arabi UnitiMohammed bin Zayed avrebbe telefonato direttamente a Benjamin Netanyahuper avvertirlo che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione contro Israele, capace di provocare un bagno di sangue e destabilizzare la regione. L'informazione sarebbe arrivata agli Emirati attraverso una catena di intermediari palestinesi, dopo che lo stesso Sinwar aveva parlato di un «terremoto» e di una grande sorpresa in preparazione.Netanyahu, secondo l'inchiesta,avrebbe reagito con relativa tranquillità. Israele aveva la situazione sotto controllo a Gaza e, se Hamas avesse agito, la minaccia sarebbe probabilmentearrivata dalla Cisgiordania. Soprattutto,non avrebbe riferito il contenuto della conversazione ai vertici della sicurezza israeliana. L'ufficio del primo ministro hasmentito integralmente la ricostruzione, sostenendo che quella telefonata non sia mai avvenuta.
La cautela è necessaria, sia perché la storia è contestata sia perché da un warning su una grande operazione di Hamas al sapere quando, dove e come sarebbe avvenuto l'attacco del 7 ottobre c'è una distanza enorme. Le informazioni disponibili non consentono di sostenere che Netanyahu conoscesse il piano operativo e abbia deliberatamente permesso che venisse realizzato. L'elemento più interessante dell'inchiesta è un altro, ci costringe ancora una volta a spostare la domanda da quanto Israele sapesse acome interpretasse ciò che sapeva.
Quella domanda non nasce oggi. Appena due giorni dopo l'attacco,un funzionario dell'intelligence egizianaraccontò ad Associated Pressche il Cairoaveva ripetutamente avvertito Israeleche «qualcosa di grosso» stava per accadere, aggiungendo un dettaglio che oggi assume un significato particolare: secondo la fonte, le autorità israeliane avevano sottovalutato la minaccia proveniente da Gaza perché laloro attenzione era concentrata sulla Cisgiordania. Pochi giorni dopoMichael McCaul, allora presidente della commissione Esteri della Camera statunitense, disse al termine di un briefing classificato chel'Egitto aveva effettivamente avvertito Israele tre giorni prima dell'attacco, pur precisando che non era chiaro a quale livello fosse arrivata l'informazione.Netanyahu negòanche allora di aver ricevuto un warning specifico.
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Da allora abbiamo saputo molto di più. Israele possedeva il piano conosciuto comeJericho Wall, che descriveva un'operazione sorprendentemente simile a quella poi realizzata da Hamas; le osservatrici al confine avevano segnalato attività ed esercitazioni che ritenevano anomale; nei giorni immediatamente precedenti l'attaccol'intelligence registrò unaumento delle esercitazioni delle unità Nukhba- il il corpo d'élite delle forze speciali di Hamas, appartenente all'ala militare delle Brigate al-Qassam. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, annunciava che alle 6:30 del 7 ottobre migliaia di uomini avrebbero attraversato la barriera. Presi insieme raccontano però qualcosa di diverso dall'assenza di informazioni. Raccontanoun sistema che continuava a ricevere segnali incompatibili con la propria lettura di Hamassenza riuscire a mettere in discussione quella lettura.
Lo hanno riconosciuto gli stessi apparati israeliani. Nell'indagine interna pubblicata nel marzo 2025, loShin Betha individuato tra le cause del proprio fallimentola convinzione che Hamas stesse cercando di alimentare l'escalation in Cisgiordania e non fosse interessato a una guerra su larga scala dalla Striscia di Gaza. Il servizio ha ammesso di avere interpretato male le intenzioni dell'organizzazione e dinon avere dato il peso necessario a una serie di segnali precedenti all'attacco. Anche l'indagine militare ha riconosciuto errori profondi nella valutazione delle capacità e delle intenzioni di Hamas. Il problema, insomma, non era soltanto vedere le informazioni. Era riuscire a immaginare che potessero significare qualcosa di diverso da ciò che Israele si aspettava significassero.
È difficile leggere questa ammissione senza tornare a ciò che accadeva sul terreno nei giorni immediatamente precedenti il 7 ottobre.Il 5 ottobredue compagnie dellaCommando Brigade israeliana, circa cento uomini che erano state dislocate nell'area del confine con Gaza come forze di rinforzo durante il periodo delle festività,furonotrasferite in Cisgiordania, a Huwara. L'IDF ha sempre precisato che non si trattava delle unità ordinarie incaricate della sicurezza del confine e che il loro spostamento non aveva ridotto il contingente assegnato alla protezione ordinaria dell'area.Daniel Hagari- l'ex portavoce delle IDF - spiegò però anche che quelle unità costituivano forze di rinforzo che lo Stato maggiore distribuiva nelle diverse aree sulla base delle minacce individuate nelle proprie valutazioni di sicurezza.
Non sappiamo se quella decisione avesse alcun rapporto con gli avvertimenti ricevuti nelle settimane precedenti e non ci sono elementi per sostenerlo. Huwara aveva ragioni molto concrete per essere considerata una priorità. Il 2023, infatti, era stato segnato da una fortissima escalation in Cisgiordania, la città era diventata uno degli epicentri delle tensioni e della violenza tra palestinesi e coloni israeliani e proprio il 5 ottobre un palestinese aveva aperto il fuoco contro un'auto israeliana. Il dispiegamento non dimostra quindi alcun nesso causale con i warning su Hamas.È però uno dei fatti che mostrano dove fosse concentrata, in quei giorni, una parte rilevante dell'attenzione politica e militare israeliana: sulla Cisgiordania.
E questanon è un'informazione che abbiamo scoperto nel 2026.
Chi provava a ricostruire il contesto del 7 ottobre nei mesi immediatamente successivi poteva già vedere una Cisgiordania attraversata da una delle fasi più violente degli ultimi anni, l'espansione degli insediamenti, gli attacchi dei coloni, la presenza crescente dell'esercito e lo spostamento di quelle unità verso Huwara. Poteva sapere che già il 9 ottobre una fonte dell'intelligence egiziana sosteneva che Israele avesse sottovalutato gli avvertimenti su Gaza perché concentrato sulla Cisgiordania. Non poteva conoscere la presunta telefonata di Mohammed bin Zayed a Netanyahu, né sapere che anni dopo lo Shin Bet avrebbe riconosciuto tra i propri errori proprio la convinzione che Hamas volesse provocare un'escalation in Cisgiordania.
Questa differenza tra quello che sapevamo allora e quello che sappiamo oggi è importante, anche per me.
Nei mesi successivi al 7 ottobrefui tra i giornalistiche provarono a raccontare il contesto precedente all'attacco e, tra le altre cose, raccontai anche Huwara e lo spostamento delle truppe israeliane verso la Cisgiordania. Non sostenevo che Israele conoscesse il piano di Hamas, né che avesse deliberatamente lasciato che l'attacco avvenisse.Cercavo di capire comefosse stato possibile che uno degli apparati militari e di intelligence più sofisticati al mondo fosse stato colto impreparato da un'operazione di quelle dimensioni e ritenevo che per farlo fosse necessario guardare anche a ciò che Israele considerava prioritario prima che quell'attacco avvenisse.
Per quel lavoro sono stata accusata pubblicamente di essere una propagandista e una «pseudo-opinionista vomitevole», «giornalista coglionazza», filo Hamas e «giornalista islamica». Il mio cognome, le mie origini e la mia fede sono diventati, in alcuni di quegli attacchi, elementi attraverso i quali dedurre quale dovesse essere la mia posizione prima ancora di discutere ciò che avevo scritto. La contestazione del lavoro giornalistico lasciava così il posto a qualcosa di diverso. Se una giornalista araba e musulmana raccontava la Cisgiordania nei giorni successivi al 7 ottobre, il contesto poteva essere trasformato in una dichiarazione di appartenenza.
La mia esperienza è soltanto una delle tante quella vissuta da colleghi che per il modo in cui hanno raccontato Gaza o per le posizioni espresse sulla guerra hanno perso collaborazioni, incarichi e opportunità professionali. - e, soprattutto, è stata meno grave dei giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e arrestati in Cisgiordania. È importante ricordarlo perché permette di uscire dalla dimensione tossica, ma tutto sommato effimera, dell'insulto sui social.il clima costruito nei mesi successivi al 7 ottobre ha avuto, in alcuni casi, conseguenze materiali su chi poteva raccontare questa guerra e a quali condizioni.
Non torno su tutto questo per sostenere che avessimo ragione. Sarebbe una rivendicazione facile e soprattutto falsa: molte delle informazioni sulle quali possiamo ragionare oggi nell'autunno del 2023 semplicemente non esistevano.Il problema è che, quando ancora non avevamo le risposte, fare alcune domande era già sufficiente per essere considerati dalla parte sbagliata.
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Per una parte del dibattito pubblico spiegare finì per significare giustificare, contestualizzare diventò un modo per attenuare le responsabilità di Hamas, interrogare le responsabilità politiche e militari israeliane poteva essere letto come il tentativo di insinuare che Israele avesse provocato o consentito l'attacco. Equesta sovrapposizioneha prodotto un danno che va oltre le persone che ne sono state bersaglio, perchéha ristretto il perimetro delle domande considerate legittimeproprio nel momento in cui il giornalismo avrebbe avuto bisogno di allargarlo.
Dentro questo clima è entrata anche un'accusa enormemente più seria: quella diantisemitismo. L'antisemitismo esiste, è cresciuto in maniera preoccupante dopo il 7 ottobre e combatterlo dovrebbe essere una responsabilità condivisa. Proprio per questoè pericoloso rendere più incerto il confine tra l'odio e la discriminazione nei confronti delle persone ebree e la critica alle decisioni di uno Stato, di un governo o delle sue forze armate. Confondere questi pianirischia contemporaneamente di comprimere il dibattito pubblico e di indebolire la capacità di riconoscere e contrastare l'antisemitismoquando si manifesta davvero.
È un problema che oggi riguarda direttamente anche l'Italia. Il 4 marzo il Senato haapprovato in prima lettura il disegno di legge sul contrasto all'antisemitismo, che adotta in via normativa la definizione operativa dell'International Holocaust Remembrance Alliance. Il provvedimento non introduce nuovi reati e, durante l'esame parlamentare, è stato modificato proprio per esplicitare la tutela della libertà di critica politica. Ora èall'esame della Cameradove sarà discusso domani, e dove a luglio la commissione Affari costituzionali ha adottato come testo base quello già approvato dal Senato. La salvaguardia inserita nel testo esiste ma è labili. E ilproblema non si esaurisce nella presenza o nell'assenza di una sanzione.
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La definizione IHRAè accompagnata da indicatori, alcuni dei quali riguardano Israele, e da anniè oggetto di una discussione internazionale proprio sul rischio che la sua applicazione possa sovrapporre antisemitismo e forme legittime di critica allo Stato israeliano. Trasformare quella definizione in un riferimento normativo dentro un ecosistema informativo che ha già dimostrato quanto facilmente i due piani possano essere confusi rende quindi necessario interrogarsi anche sul possibile effetto dissuasivo. Non serve vietare formalmente una domanda perché una domanda smetta di essere posta.
Chi fa giornalismo conosce bene questo meccanismo. Può bastare sapere che un articolo può produrre una campagna contro chi lo firma, che una presa di posizione può costare una collaborazione, che un passaggio può essere isolato dal proprio contesto e trasformato in una prova di antisemitismo o di vicinanza a Hamas, perché la domanda successiva venga formulata in maniera più prudente, oppure non venga formulata affatto.L'autocensura raramente arriva sotto forma di un ordine scritto. Molto più spesso nasce dalla conoscenza delle conseguenze.
È anche per questo che l'inchiesta pubblicata oggi daHaaretzinteressa oltre ciò che racconta della responsabilità politica di Netanyahu. Le informazioni emerse negli ultimi tre anni mostrano quanto possa essere potente una cornice interpretativa quando diventa abbastanza solida da stabilire in anticipo il significato dei fatti che vi entrano. Gli apparati israeliani hanno riconosciuto di avere letto segnali diversi attraverso una convinzione consolidata sulle intenzioni di Hamas, continuando a trovare conferme a quella convinzione anche quando alcune informazioni avrebbero dovuto metterla in discussione. Con conseguenze incomparabilmente diverse,anche il giornalismo dovrebbe chiedersi che cosa accade quando costruisce cornici altrettanto rigide.Se racconti la Cisgiordania stai distogliendo l'attenzione da Hamas, se spieghi ciò che precede un evento stai cercando di giustificarlo, se metti in discussione una ricostruzione hai già scelto da quale parte stare.
Il giornalismo dovrebbe funzionare nel modo opposto.Le ricostruzioni cambiano quando emergono nuovi fatti, le ipotesi vengono corrette, alcune domande si rivelano sbagliate e altre diventano più importanti. Oggi possiamo porre domande migliori sul 7 ottobre perché sappiamo più cose di quante ne sapessimo tre anni fa. Possiamo chiederci, per esempio, perché mentre Hamas preparava un attacco da Gaza una parte così importante dell'attenzione politica, militare e di intelligence israeliana fosse rivolta verso la Cisgiordania. Possiamo farlo senza sostenere che lo spostamento delle truppe a Huwara fosse conseguenza di un warning che non sappiamo se chi prese quella decisione conoscesse, e senza trasformare un fallimento di intelligence nella teoria secondo cui Israele avrebbe deliberatamente lasciato avvenire l'attacco.
Nel 2023 raccontare Huwara non forniva la risposta a queste domande. Non la fornisce neppure oggi. Era uno dei fatti necessari per poterle formulare.
Il giornalismo non dovrebbe avere bisogno che una domanda trovi risposta tre anni dopo perché venga riconosciuto retroattivamente il diritto di averla posta.
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