Musacchio: minimarket in Europa sono diventati un affare miliardario per la criminalità organizzata

Musacchio: minimarket in Europa sono diventati un affare miliardario per la criminalità organizzata
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Category: Politics
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Negli ultimi anni, la rete dei piccoli minimarket e market di quartiere nelle principali città europee ha attirato le mire delle grandi organizzazioni criminali. Dietro le vetrine di negozi apparentemente innocui si nasconde infatti un fiorente modello d'affari basato sul riciclaggio di denaro sporco, l'evasione fiscale sistematica, il lavoro nero e il traffico di merce contraffatta o di contrabbando. Un'espansione capillare e silenziosa che garantisce alle mafie entrate miliardarie, mettendo a rischio la sicurezza dei quartieri e alterando la concorrenza sleale ai danni del commercio locale regolare. Professor Musacchio, lei da oltre trent'anni anni si occupa di criminalità organizzata, oggi si parla di "mafia dei minimarket", ci può spiegare meglio di cosa si tratta esattamente? Non parliamo di semplici irregolarità commerciali, ma di un business illecito transnazionale da miliardi di euro. Dietro le insegne dei piccoli negozi di quartiere aperti 24 ore su 24 e dei negozi di souvenir si nascondono fitte reti criminali. Spesso sono legate a filiere del Sud-Est asiatico e del Bangladesh, ma si registrano forti ramificazioni e infiltrazioni anche della mafia tradizionale italiana ed europea. Come funziona questo meccanismo? Come fanno questi negozi a generare guadagni così enormi? Il modello è standardizzato e poggia su tre pilastri: tratta di esseri umani, lavoro forzato e riciclaggio. I network gestiscono i flussi migratori illegali promettendo visti e contratti fittizi in cambio di cifre astronomiche, fino a 15.000–20.000 euro a persona. Una volta arrivati, i migranti vengono costretti a lavorare nei minimarket fino a 12-16 ore al giorno, sette giorni su sette, per ripagare il debito. Queste attività, inoltre, producono un flusso continuo di contante non tracciato, perfetto per "ripulire" i proventi di altre attività illecite. Si nota anche un forte impatto sull'architettura e la vita delle nostre città? Assolutamente sì. Minimarket e negozi di magneti hanno progressivamente colonizzato i centri storici di Roma, Milano, Parigi, Londra, Bruxelles e Dublino, portando alla chiusura delle botteghe artigiane e tradizionali. Nell'area archeologica di Roma, ad esempio, l'Operazione "Alto Impatto" del luglio 2026 ha evidenziato come l'immigrazione clandestina venga sistematicamente sfruttata per alimentare questo circuito abusivo. In che modo le mafie tradizionali, come camorra o 'ndrangheta, interagiscono con questi gestori etnici? Nelle zone a forte densità mafiosa l'interazione è strettissima. I clan locali impongono il "pizzo" per consentire l'apertura dei minimarket e obbligano i gestori ad acquistare merci dalla loro filiera di logistica e distribuzione agroalimentare illegale. Il minimarket diventa così l'ultimo anello della catena distributiva mafiosa. C'è un legame anche con il grande traffico di droga o le frodi internazionali? I proventi di queste reti commerciali sono profondamente interconnessi. Recentemente, il maxi-sequestro di 2,6 tonnellate di cocaina nell'Atlantico al largo di Lisbona — legato all'asse Mantova-Brescia — ha confermato che i profitti del narcotraffico vengono reimmessi nell'economia lecita proprio convertendoli in catene di minimarket. Un altro blitz del 2026 tra Brescia e Savona ha mostrato come anche i proventi dello skimming bancario, gestito da reti rumene, vengano reinvestiti in piccoli negozi di prossimità in tutta Europa. Come si contrasta un fenomeno così frammentato e flessibile? Servono strategie integrate: lavoro investigativo e di intelligence, controlli amministrativi e tutela sociale delle vittime. Bisogna incrociare le banche dati dell'Anagrafe Tributaria e del Registro Imprese per individuare i prestanome che aprono e chiudono continuamente le società. Sul campo occorrono ispezioni congiunte tra Guardia di Finanza, Ispettorato del Lavoro e ASL per tracciare i prodotti alimentari e spezzare le agromafie. Qual è il ruolo dell'Unione europea in questa partita? Il contrasto ai flussi di denaro illecito provenienti da attività commerciali di copertura — come il fenomeno dei minimarket usati per il trasferimento informale o illegale di capitali — vede l'Unione europea impegnata su più fronti. La sua azione non si limita al coordinamento investigativo, ma combina intelligence, regolamentazione e soprattutto cooperazione giudiziaria. Il Centro europeo per la criminalità economica e finanziaria (EFECC) di Europol, ad esempio, funge da piattaforma centrale per integrare le segnalazioni di operazioni sospette (SOS/STR) provenienti dai vari Stati membri. Attraverso l'analisi avanzata dei dati, Europol identifica schemi ricorrenti e ricostruisce la catena logistica e finanziaria dei flussi verso i Paesi extra-UE, collegando i singoli esercizi commerciali a organizzazioni criminali transnazionali. L'istituzione dell'AMLA (Anti-Money Laundering Authority) segna il passaggio a una supervisione accentrata sui soggetti finanziari a più alto rischio e sugli intermediari che facilitano il money laundering. A perfezionare il tutto occorrerà armonizzare la collaborazione e lo scambio tempestivo di informazioni tra le diverse Financial Intelligence Unit (FIU) nazionali (come l'UIF in Italia). L'Ufficio del Procuratore europeo (EPPO) e Eurojust, infine, devono intervenire per congelare i beni, perseguire le frodi fiscali e transfrontaliere ed eseguire i decreti di sequestro preventivo dei proventi illeciti accumulati all'estero. In questa operazione dio contrasto il ruolo dell'Unione europea mi sembra abbastanza chiaro. 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