Roma, 8 set. (askanews) – Il Regno Unito ha dato il via. La Francia e altri dieci Paesi hanno deciso di unirsi. La decisione di imporre restrizioni al commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania ha l'obiettivo di lanciare un segnale a Israele: i coloni violenti hanno superato la linea rossa, mettendo a rischio anche la possibile soluzione dei 'due popoli, due Stati'. Restano in disparte gli Stati Uniti: 'Ovviamente non faremo quello che ha fatto il Regno Unito', ha precisato il segretario di Stato Marco Rubio, confermando la stretta alleanza tra i due Paesi.
La frattura diplomatica si è consumata dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, che ha definito 'illegale' l'occupazione israeliana della Cisgiordania e ha fatto ricorso al termine 'pulizia etnica' per descrivere quanto sta accadendo nei territori palestinesi occupati. Sul fronte di Gaza, Miliband ha inoltre parlato di 'prove sempre più numerose' della possibile commissione di crimini di guerra da parte delle forze israeliane. Parole che hanno provocato la dura reazione di Israele: il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha risposto annunciando una serie di misure di ritorsione contro Londra, a partire dalla chiusura del Consolato britannico a Gerusalemme.
La crisi mediorientale si allarga intanto sul fronte europeo. Oggi undici Paesi europei, insieme al Canada, hanno annunciato l'introduzione di restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, motivando la decisione con 'livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni'. Una convergenza che rischia di accentuare ulteriormente l'isolamento internazionale del governo israeliano e di aprire un nuovo fronte di tensione nei rapporti tra Israele e i suoi partner occidentali.
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, parlando oggi alla Camera dei Comuni, ha definito 'illegale' l'occupazione israeliana della Cisgiordania, affermando inoltre che in alcune aree del territorio è attualmente in corso una 'pulizia etnica' ai danni della popolazione palestinese. 'Oggi ho annunciato che la posizione ufficiale del governo britannico è che l'occupazione è illegale a causa del consolidamento del controllo da parte di Israele, della sua intenzione di estendere la sovranità in modo permanente e del suo programma espansionistico attraverso gli insediamenti illegali', ha spiegato Miliband.
'La nostra posizione non è soltanto un'affermazione della realtà arrivata con troppo ritardo. Il governo ritiene che l'illegalità dell'occupazione secondo il diritto delle Nazioni Unite debba riflettersi nei rapporti economici che scegliamo di intrattenere con i territori occupati', ha aggiunto il ministro britannico, lasciando intendere che il riconoscimento politico dell'illegalità dell'occupazione potrebbe tradursi anche in ulteriori misure sul piano economico e commerciale.
È in questo contesto che Miliband ha poi difeso l'utilizzo dell'espressione 'pulizia etnica', richiamando le dichiarazioni di due figure di primo piano della società israeliana. 'Ehud Olmert, ex primo ministro israeliano, ha descritto quanto sta accadendo come, cito testualmente, 'un tentativo violento e criminale di procedere alla pulizia etnica di territori della Cisgiordania'. L'ex ministro della Salute e generale di brigata in pensione dell'IDF, Ephraim Sneh, ha dichiarato, e cito nuovamente: 'Questa è una pulizia etnica', ha affermato il diplomatico britannico.
Miliband ha quindi cercato di circoscrivere il significato attribuito dal governo britannico al termine, richiamando la definizione delle Nazioni Unite: 'In parole semplici, per l'ONU la pulizia etnica è definita come una politica deliberata volta a rimuovere, attraverso mezzi violenti e tali da incutere terrore, la popolazione civile appartenente a un determinato gruppo etnico o religioso da specifiche aree geografiche, per iniziativa di un altro gruppo etnico o religioso'.
Da qui la presa di posizione di Londra: 'Il governo britannico concorda sul fatto che in alcune aree della Cisgiordania sia in corso una pulizia etnica dei palestinesi perpetrata da coloni responsabili di atti terroristici', ha dichiarato Miliband.
Un'accusa che il ministro ha rivolto non soltanto ai coloni, ma anche alle autorità israeliane, accusate di non aver contrastato adeguatamente le violenze. 'Troppo spesso il governo israeliano ha chiuso un occhio di fronte a tutto questo e, peggio ancora, alcuni suoi esponenti hanno rilasciato dichiarazioni e intrapreso azioni a sostegno dello sfollamento forzato dei palestinesi', ha aggiunto il diplomatico britannico.
Inoltre, il ministro britannico ha evidenziato come vi siano 'prove sempre più numerose' del fatto che a Gaza siano stati commessi crimini di guerra. 'Ciò che è accaduto, comprese le azioni delle Forze di difesa israeliane (IDF), è stato esaminato approfonditamente da diverse organizzazioni, tra cui la Commissione internazionale d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite. Le conclusioni di questi rapporti rappresentano una prova sempre più consistente del fatto che potrebbero essere stati commessi crimini di guerra, e sosteniamo i procedimenti giudiziari volti ad accertarlo', ha sottolineato Miliband. Una presa di posizione particolarmente dura, che Miliband ha tuttavia accompagnato con una precisazione destinata a segnare il perimetro politico delle accuse britanniche. Prima di formulare le proprie contestazioni, il ministro ha infatti ribadito di essere 'un orgoglioso ebreo britannico' e di difendere 'sempre il diritto di Israele di esistere'. Una puntualizzazione che evidenzia il tentativo di Londra di distinguere la legittimità dello Stato di Israele dalle politiche del governo israeliano nei territori palestinesi occupati. Oltre a questo, il ministro degli Esteri britannico ha affermato di non essere intenzionato a recidere i legami con Israele, in quanto elemento fondamentale nella lotta contro l'Iran. Infatti, nel corso del suo discorso alla Camera dei Comuni Miliband ha specificato che le sanzioni 'prenderanno di mira gli insediamenti illegali e la loro espansione, non Israele'.Le decisioni prese da Londra sono state accolte negativamente in Israele. Il ministro Sa'ar, infatti, nel corso della conferenza stampa odierna ha bollato come 'bugie oltraggiose' le dichiarazioni dell'omologo britannico, annunciando altresì la chiusura del Consolato britannico a Gerusalemme.
Il ministro degli Esteri israeliano ha accusato Londra di aver assunto una posizione 'moralmente distorta', qualificando le sanzioni come una 'palese interferenza' negli affari interni di uno Stato sovrano e nel suo processo elettorale. Il capo della diplomazia israeliana ha precisato che Israele 'non ha nulla contro il popolo britannico', sottolineando di sapere che nel Regno Unito esistono molti amici di Israele. La responsabilità, ha sostenuto, sarebbe invece dell'attuale governo laburista, accusato di adottare sistematicamente misure ostili nei confronti di Israele.
Rivendicando il diritto del popolo ebraico a vivere 'in tutta la Terra d'Israele', Sa'ar ha respinto ogni tentativo internazionale di esercitare pressioni su Israele affinché modifichi le proprie politiche per ragioni di sicurezza o di interesse nazionale: 'Non avete alcuna possibilità di riuscirci', ha rappresentato Sa'ar, sostenendo che la 'larga maggioranza del popolo israeliano' sostiene gli insediamenti dei coloni e non è favorevole alla creazione di uno Stato palestinese.
Tra le misure annunciate da Israele in risposta alle decisioni di Londra figurano l'espulsione dei rappresentanti britannici dalla sede di Kiryat Gat, la sospensione delle attività britanniche di addestramento delle forze dell'Autorità Palestinese a Ramallah e il divieto di ingresso in Israele per 12 funzionari pubblici britannici. Tra questi figura, in cima alla lista, l'ex leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn.
La posizione britannica si inserisce inoltre in un fronte internazionale sempre più ampio. Insieme al Regno Unito, Francia, Canada e altri nove Paesi europei hanno annunciato oggi restrizioni al commercio di beni provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, citando 'livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni'. I dodici governi hanno ribadito la necessità di tutelare la soluzione dei due Stati e si sono opposti a qualsiasi forma di annessione dei territori palestinesi o di sfollamento forzato della popolazione.
In questo clima di crescente tensione, il contrasto tra Gran Bretagna e Israele travalica i confini continentali, con il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, che ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di 'riconoscere la sovranità dell'Argentina sulle Isole Malvinas' e di 'imporre sanzioni al Regno Unito finché l'occupazione continuerà'.
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