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Eli Gold

Il convegno scientifico diventa 'grumo di patriarcato': la pochezza e il disprezzo pedagogico di Mezzetti e del Pd

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La polemica modenese sul convegno 'La violenza non ha genere' rivela una contraddizione: una politica che proclama l'emancipazione e tratta il dissenso come una condizione di minorità. Poi arrivano le urne. Il convegno deve ancora svolgersi, ma il giudizio è già stato pronunciato. A Modena, attorno a un incontro sull'aggressività femminile, si è aperta una disputa che riguarda anche qualcosa di più profondo: chi abbia il diritto di formulare le domande. Nel comunicato del 6 settembre, Massimo Mezzetti e Alessandra Camporota richiamano la locandina del convegno previsto per il 21 settembre alla Sala Pucci e ne descrivono l'impostazione come un attacco alle donne. Nella grafica del PD cittadino compare l'accusa di negazionismo della violenza sulle donne. Il dissenso sull'opportunità di un titolo diventa così un giudizio sulla legittimità morale dell'iniziativa. Il passaggio merita attenzione. Il titolo è «La violenza non ha genere». La grafica del PD contesta invece il definire «la violenza contro le donne» priva di genere. Una frase generale viene interpretata come la negazione della specificità di un fenomeno. È una lettura possibile, da verificare nei contenuti; nella grafica, però, viene già associata all'intenzione di smantellare conquiste e tutele. Tra ciò che è scritto e ciò che viene imputato agli organizzatori si apre uno spazio che gli argomenti dovrebbero colmare. Naturalmente, un titolo può essere ambiguo e un convegno può sostenere tesi infondate. La scientificità va dimostrata anche da chi la rivendica. Affermare che chiunque possa esercitare violenza è diverso dal sostenere che il genere non abbia alcun rilievo nelle sue cause, nella sua frequenza e nelle sue forme. Proprio questa distinzione dovrebbe aprire il confronto. Studiare l'aggressività femminile non comporta, di per sé, né la negazione della violenza maschile né l'equivalenza dei due fenomeni. Eppure, nella polemica sembra affiorare un presupposto singolare: che l'attenzione dedicata a una vittima debba essere sottratta a un'altra. Come se il riconoscimento fosse una risorsa scarsa, da distribuire secondo appartenenza. La dignità delle persone precede invece l'utilità che le loro vicende possono avere per una causa. Una vittima conserva il proprio valore anche quando complica il racconto che preferiamo. Il riferimento di Mezzetti e Camporota ai «grumi patriarcali» pone un problema analogo. Una categoria interpretativa è utile finché permette di distinguere, collegare fatti, formulare ipotesi e metterle alla prova. Quando diventa sufficiente a squalificare le domande che non rientrano nel suo schema, comincia a proteggere se stessa dall'esame della realtà. Il patriarcato può essere oggetto di analisi; trasformarlo nella risposta preliminare a ogni obiezione ne fa un certificato di appartenenza culturale. Qui emerge la pochezza dell'argomentazione politica proposta: la sicurezza della conclusione sembra dispensare dalla necessità di mostrarne il percorso. Eppure si può essere convinti della bontà della propria causa e continuare a dover giustificare ogni singola accusa. L'intenzione di difendere le donne non rende automaticamente fondata qualunque contestazione pronunciata in loro nome. Il ditino puntato e il sopracciglio alzato esprimono precisamente questa confusione tra convinzione e autorità. Chi dissente viene trattato come qualcuno che deve ancora capire, maturare, essere educato. Il confronto assume la forma di una relazione tra adulto e minore, nella quale una parte possiede già la risposta e l'altra deve soltanto raggiungerla. È una contraddizione seria per una politica che si richiama all'emancipazione. Voler rendere le persone autonome implica accettare che possano usare la propria autonomia anche per contraddirci. Altrimenti si concede loro una libertà condizionata: possono pensare da sole, purché arrivino alle nostre conclusioni. La democrazia esige qualcosa di più difficile della tolleranza concessa dall'alto: riconoscere nell'altro un interlocutore capace di giudizio anche quando riteniamo che sbagli. La competenza conta, gli argomenti hanno un peso diverso, le falsità vanno confutate. Ma nessun mandato elettorale conferisce l'infallibilità, e nessuna buona causa attribuisce la proprietà morale dello spazio pubblico. Il recente successo di correnti estreme invita a interrogarsi anche su questa distanza tra rappresentanti e rappresentati. Il voto tedesco ha cause molteplici e una storia propria. Il parallelismo riguarda un possibile meccanismo politico: chi si sente sistematicamente giudicato dall'alto può finire per cercare, nel voto, soprattutto una restituzione di dignità. Anche affidandosi a chi promette di umiliare coloro dai quali si è sentito umiliato. È qui che il disprezzo pedagogico presenta il conto. Una proposta può acquistare attrattiva anche per l'irritazione che suscita negli avversari. La scelta elettorale diventa una risposta al giudizio ricevuto: se mi considerate incapace di capire, voterò chi rende insopportabile a voi il risultato. Proprio per questo meccanismo, tutt'altroche scontato, dovrebbe produrre un esame delle proprie responsabilità, insieme alla critica degli avversari. Il disprezzo pedagogico ha un costo politico perché nessuno accetta volentieri di essere rappresentato da chi lo considera un problema educativo. E una classe dirigente che, dopo il voto, si limita a bocciare gli elettori dovrebbe almeno sospettare di avere sbagliato mestiere: si era candidata a governare una comunità, non a presiedere una commissione d'esame. Eli Gold
Il convegno scientifico diventa 'grumo di patriarcato': la pochezza e il disprezzo pedagogico di Mezzetti e del Pd
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