A inizio agosto il Danubio in secca ha restituito una motocicletta Dkw: è riemersa a Budapest, quasi intatta. Accanto c'erano i resti di due soldati: le piastrine tuttora leggibili — una delle SS, una della Wehrmacht — e lo scudo di Kuban, l'onorificenza istituita da Hitler nel settembre '43 per commemorare i combattenti nel Caucaso. Più a valle, dove il fiume va a separare Serbia e Romania, sono tornati visibili i relitti della flottiglia di duecento navi che un contrammiraglio del Terzo Reich, il 6 di settembre dell'anno successivo, ordinò di autoaffondare affinché non finissero all'Armata Rossa. Il Danubio ha attraversato due secoli, restando tomba della guerra delle guerre. Quest'estate, oltre ottant'anni dopo, il sepolcro di acqua e melma si è squarciato.
Una restituzione che porta con sé un richiamo. Il Novecento ci ha lasciato un codice d'accesso alla memoria e un appello collettivo: nell'offensiva — militare e ideale — contro il nazismo, il male aveva un nome. Ci sono stati un prima e un dopo, per tutti. La vittoria è scaturita da un'alleanza tra continenti. E, alla morte di circa 70 milioni di persone tra cui i 6 milioni di ebrei assassinati nella Shoah, è seguito l'impegno a riprogettare un futuro prossimo che avesse Carte dei diritti e regole condivise. In questi mesi, quel maestoso fiume in secca, che torcendosi da blu a giallastro ha fatto riemergere il passato, ci chiede per contrappasso se sappiamo riconoscere una sfida che non prevede un nemico oltre confine né una dichiarazione precisa di ostilità. Una sfida che non veste uniformi con mostrine perché non misura i gradi ma i centigradi.
Nel 2015, a Parigi, ci eravamo impegnati a mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2°C e a fare ogni sforzo per limitarlo a 1,5. Ci siamo già arrivati: nel triennio 2023-25 la temperatura globale è stata in media 1,48 gradi oltre i livelli preindustriali. Abbiamo aggiunto calore e perso risorse: gli Stati Uniti di Donald Trump hanno disertato il patto, è noto, ma la verità è che (secondo i dati del Climate Action Tracker) nessuno dei Paesi con il tasso più alto di emissioni dispone oggi di un piano allineato alla soglia di 1,5 gradi ritenuto credibile.
Il punto, del resto, non è più soltanto quella soglia. È come ci stiamo comportando ora che non possiamo — nessuno dovrebbe più — negare «il cambiamento» climatico. Cioè «la crisi» climatica, il surriscaldamento, l'aumento vertiginoso degli eventi estremi di sole, acqua, vento. Il calcolo su El Niño 2026-27 è che potrebbe spingere quasi 50 milioni di persone in più verso una condizione di «insicurezza alimentare acuta» (vuol dire, per capirci, pericolo immediato di sopravvivenza).
No, non siamo le rane che restano inerti a bollire nell'acqua che sale di temperatura un grado alla volta, forse l'immagine più usata nei dibattiti: le rane sono inconsapevoli, noi no. Stiamo bollendo mentre ogni mattina osserviamo attenti il termometro, mentre chiamiamo «adattamento» quella che è un'acquiescenza progressiva al disastro. Contiamo le «ondate di calore», sei stagionali in poco più di tre mesi, l'ultima è in corso, ma dovremmo dirci che non sono «ondate»: sono ormai la struttura infiammata dell'estate europea. Il vocabolario dell'eccezionalità ci fa sognare la transitorietà, ci illude e presto ci deluderà: non è maltempo, bensì un destino contro il quale dovremmo metterci a remare — nostra Odissea contemporanea — per scongiurare un'estate 2027 peggiore di questa.
Proviamo a fermarci su tre cose, tra tante. Toccano il modo stesso in cui dovremmo ri-pensare «la crisi» di cui siamo responsabili e vittime senza confini in mezzo.
La prima riguarda i costi. Quest'estate ha un conto misurabile: le stime indicano che il caldo estremo e la siccità potrebbero sottrarre alla Ue circa 180 miliardi di euro, pari a circa un punto di Prodotto interno lordo, che vuol dire più o meno la faticosa crescita che l'Europa si attendeva. Per l'Italia il colpo è ancora più severo in proporzione: uno studio pubblicato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici rileva che, entro il 2050, il riscaldamento potrebbe costarci fino a 6 punti di Pil. Uno «spread climatico».
La seconda è come il computo generale dell'inazione sia più alto — e sempre di più — rispetto a quello della prevenzione. Non è un principio econometrico astratto (1 dollaro investito in programmi di contrasto evita da 3 a 7 dollari di spese in risposta) ma qualcosa che ciascuno sperimenta. Nei fiumi troppo bassi per raffreddare le centrali nucleari, nelle dighe che riducono la produzione di energia, nei raccolti che cambiano forma e impennano lo scontrino della spesa. Rimandare non è mai stato un risparmio, ma finché era proiezione pareva funzionare: funzionava posticipare, con gli interessi spostati sulle spalle di altri a venire. Adesso, però, è la nostra esperienza individuale, familiare: è pratica, non teoria. Sono fatture già emesse che andiamo a pagare.
Il terzo elemento è il più drammatico. Riguarda chi quelle fatture le paga e chi riesce a evitarle — o almeno a non soffrirne, non più di tanto. Il populismo ha trovato terreno facile, fin troppo, nell'alzare barricate e sventolare bandiere contro i costi della transizione energetica. Fin troppo perché è stato «assecondato» da normative a volte mal congegnate. La Nature Restoration Law, la legge europea sul ripristino della natura approvata nel 2024, portava con sé un equivoco sin dal nome: induceva a immaginare una «restaurazione» rigida, una ritirata accelerata che avrebbe travolto i meno avveduti e protetti — la classe medio-bassa. La partita era e resta un'altra: costruire ecosistemi flessibili, in grado di rigenerarsi in condizioni nuove. Che significa accostare adattamento climatico, sicurezza alimentare, in una parola «resilienza» davanti a rischi. La differenza non è semantica; l'innovazione ecologica è un'industria in crescita con investimenti, posti di lavoro, duelli per la competitività globale che in questo momento sembrano un campionato ristretto a Cina e Stati Uniti.
Ma non si può confondere la critica a leggi da rimodellare — e comunque da aggiornare — con una crociata contro l'obiettivo che quelle leggi si proponevano: è questo l'errore logico su cui il negazionismo irresponsabile (irresponsabile soprattutto verso chi prometteva di difendere) ha costruito la sua fortuna politica.
Il Danubio non fa che restituirci ciò che avevamo smesso di guardare. Nel fango che ha coperto una guerra mondiale e in quello che ne sta rivelando una planetaria, c'è la stessa domanda. Noi sembriamo riconoscere nello specchietto retrovisore le immagini atroci del conflitto precedente e non vedere attraverso il parabrezza quello che ci attende. Quanto siamo disposti a scuoterci, cambiando insieme la nostra vita? E siamo ancora capaci di unire le forze per affrontare il presente che ci stringe e già soffoca i più deboli tra noi?
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