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Leonardo Raito

BENE LA STABILITÀ O MEGLIO UNA STABILITÀ PRODUTTIVA?

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Foto: Ansa Per un Paese che ha fatto dell'instabilità politica quasi una caratteristica strutturale della propria storia repubblicana, il fatto che un governo riesca a durare costituisce certamente una notizia. E una buona notizia. Dal 4 settembre il governo presieduto da Giorgia Meloni è diventato il più longevo della Repubblica, superando i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi. Il dato ha un significato politico che sarebbe sbagliato liquidare con sufficienza. Ma proprio perché siamo davanti a un risultato storico, vale forse la pena porre una domanda meno celebrativa e più impegnativa: quanto vale la stabilità se non diventa stabilità produttiva? È questa, probabilmente, la questione sulla quale dovremmo discutere. Giorgia Meloni ha ottenuto un risultato che all'inizio della legislatura non era affatto scontato. Ha mantenuto insieme una maggioranza nella quale convivono sensibilità diverse, ha progressivamente consolidato la propria leadership, ha evitato crisi parlamentari e rimpasti traumatici e soprattutto ha smentito quanti, dopo le elezioni del 2022, immaginavano un'Italia destinata rapidamente a entrare in conflitto con Bruxelles, con i mercati e con i tradizionali riferimenti internazionali del Paese. Non è accaduto. Al contrario, proprio la politica estera rappresenta probabilmente uno dei terreni sui quali Meloni ha sorpreso maggiormente i suoi critici. L'Italia ha mantenuto una collocazione saldamente europea e atlantica, ha confermato il sostegno all'Ucraina e la presidente del Consiglio ha costruito una propria riconoscibilità internazionale. Parallelamente, la prudenza nella gestione dei conti pubblici ha contribuito ad accreditare l'esecutivo presso le istituzioni europee e i mercati finanziari. Anche osservatori internazionali hanno riconosciuto al governo disciplina fiscale e capacità di rassicurare gli investitori, pur in presenza di un debito pubblico che continua a rappresentare una delle grandi vulnerabilità italiane. Sul lavoro, inoltre, i numeri dell'occupazione hanno offerto al governo argomenti difficilmente contestabili nella loro dimensione quantitativa. Meloni ha rivendicato l'aumento degli occupati e la diminuzione della disoccupazione. Sono risultati che vanno riconosciuti senza trasformare ogni analisi del governo in una battaglia tra tifoserie. Ed è forse proprio questo il primo merito politico della lunga permanenza di Meloni a Palazzo Chigi: avere restituito una certa normalità alla durata dell'esecutivo. In un Paese che in ottant'anni di Repubblica ha conosciuto 68 governi e 31 presidenti del Consiglio, con una durata media degli esecutivi di circa quattordici mesi, governare continuativamente per quasi quattro anni non è un fatto irrilevante. Ma qui comincia l'altra parte del ragionamento. Perché durare non significa necessariamente governare bene, così come cambiare frequentemente governo non significa necessariamente governare male. La stabilità è una condizione. Non è un programma. È uno strumento, non il risultato finale dell'azione politica. Lo ha riconosciuto, significativamente, la stessa Meloni quando a Bari ha osservato che 'il governo più stabile non è per forza anche il più capace'. È probabilmente la frase più interessante pronunciata durante le celebrazioni del record, perché sottrae la questione alla propaganda e la restituisce alla politica. Se infatti un esecutivo dura quattro anni, proprio la sua longevità rende meno utilizzabile uno degli alibi tradizionali della politica italiana: non abbiamo avuto il tempo. Il governo Meloni il tempo lo ha avuto. E allora il bilancio deve necessariamente spostarsi dalla durata alla trasformazione prodotta. Qui il quadro diventa più problematico. L'Italia continua a crescere poco. La produttività rimane uno dei grandi problemi strutturali dell'economia nazionale. I salari, soprattutto quelli reali, rappresentano una questione sociale che nessun record dell'occupazione può cancellare. Sanità, scuola, università, ricerca, pubblica amministrazione, infrastrutture e politica industriale continuano a presentare criticità che vengono da lontano, certamente, ma che proprio un governo stabile avrebbe l'opportunità storica di affrontare con maggiore decisione. Le valutazioni internazionali sul quadriennio restituiscono precisamente questa contraddizione: da una parte occupazione, disciplina fiscale e maggiore affidabilità politica; dall'altra una crescita economica debole, salari insufficienti, produttività stagnante e riforme strutturali che non hanno ancora prodotto quella discontinuità che ci si potrebbe attendere da un governo dotato di una maggioranza parlamentare solida e di un orizzonte temporale insolitamente lungo. Ed è questo il punto. L'Italia non aveva soltanto bisogno di un governo che durasse. Aveva — e ha — bisogno di un governo che utilizzi la propria durata. La differenza sembra sottile, ma è enorme. Una maggioranza stabile può programmare investimenti su cinque o dieci anni, modificare procedure amministrative sedimentate da decenni, affrontare le corporazioni, riformare una macchina pubblica spesso incapace di accompagnare rapidamente imprese e cittadini, costruire una politica energetica, intervenire sulla denatalità, ripensare il rapporto tra formazione e lavoro, ridurre il divario territoriale, investire nella ricerca e affrontare finalmente la grande questione italiana della produttività. Perché è la produttività, molto più della durata di un governo, che alla fine determina la capacità di un Paese di aumentare stabilmente salari e benessere. La politica italiana ha invece spesso commesso un errore: confondere la governabilità con il buongoverno. Abbiamo discusso per decenni di leggi elettorali, maggioranze, premi, premierato, sistemi presidenziali o semipresidenziali, come se l'efficienza delle istituzioni dipendesse esclusivamente dalla capacità di produrre governi longevi. La vicenda Meloni offre adesso un laboratorio interessante: abbiamo finalmente un governo molto stabile. Possiamo dunque verificare empiricamente se la stabilità, da sola, sia sufficiente. La risposta non può che essere: no. Ma questo non significa che la stabilità sia inutile. Significa esattamente il contrario: proprio perché è preziosa, non può essere sprecata. Un governo che dispone di quattro o cinque anni senza crisi ha una responsabilità maggiore di un governo costretto a sopravvivere quotidianamente alle imboscate parlamentari. Deve permettersi di pensare oltre il prossimo sondaggio. Deve scegliere. Deve anche rischiare consenso. Qui forse si trova uno dei limiti più interessanti dell'esperienza Meloni. La presidente del Consiglio ha dimostrato una notevole capacità politica nella conservazione del consenso e nell'amministrazione della coalizione. Ha saputo trasformare un partito nato all'opposizione in forza di governo, normalizzandone progressivamente l'immagine internazionale. Ma la capacità di conservare il consenso non coincide necessariamente con la disponibilità a consumarne una parte per realizzare riforme impopolari. Le grandi stagioni riformatrici richiedono quasi sempre questa seconda qualità. Governare significa certamente ascoltare il Paese. Ma significa qualche volta spiegargli che determinate decisioni devono essere prese anche quando non producono immediatamente applausi. È qui che dovrebbe iniziare una possibile seconda fase del governo Meloni. Il record è stato raggiunto. Può entrare negli almanacchi. Ma dal giorno successivo la domanda dovrebbe essere un'altra: che cosa resterà di questi anni oltre al numero dei giorni trascorsi a Palazzo Chigi? È la stessa domanda che la storia pone a tutti i governi. Nessuno ricorda De Gasperi perché i suoi governi durarono un certo numero di mesi. Lo ricordiamo per la ricostruzione, la scelta occidentale, l'avvio dell'integrazione europea. Non ricordiamo il centrosinistra degli anni Sessanta per la durata dei singoli ministeri, ma per la scuola media unica, la nazionalizzazione dell'energia elettrica e le trasformazioni che accompagnarono la modernizzazione italiana. E persino governi relativamente brevi hanno talvolta lasciato conseguenze assai più profonde di esecutivi longevi. La durata acquista dunque significato storico quando viene riempita di decisioni. Ecco perché non credo che il dibattito debba essere impostato sull'alternativa semplicistica tra stabilità e instabilità. Nessun cittadino ragionevole dovrebbe augurarsi il ritorno all'Italia dei governi che cadevano dopo pochi mesi, delle crisi extraparlamentari, dei ministeri nati già sapendo di avere una vita brevissima. La stabilità è un valore. Ma la stabilità produttiva è un valore molto più grande. Produttiva significa capace di trasformare il tempo politico in crescita economica, infrastrutture, efficienza amministrativa, migliori servizi sanitari, scuole funzionanti, salari più elevati, opportunità per i giovani e maggiore competitività delle imprese. Significa che un imprenditore possa investire senza attendere anni per un'autorizzazione, che un giovane ricercatore possa immaginare il proprio futuro in Italia, che una famiglia possa trovare servizi adeguati per avere figli, che un lavoratore possa vedere aumentare il proprio potere d'acquisto insieme alla produttività dell'impresa nella quale lavora. Sono queste le cose sulle quali un governo dovrebbe chiedere di essere giudicato. Non sui giorni. E forse proprio Giorgia Meloni, avendo conquistato qualcosa che nessuno dei suoi predecessori era riuscito a ottenere nella stessa misura — tempo, stabilità politica e una leadership indiscussa nella propria maggioranza — dispone oggi di un'opportunità particolare. Può limitarsi a rivendicare il record oppure può utilizzare quel record come punto di partenza. La prima strada produce una buona pagina di comunicazione politica. La seconda potrebbe produrre una pagina di storia politica. Agli italiani, in fondo, interessa relativamente sapere se un governo sia durato 1.413, 1.500 o 1.800 giorni. Interessa sapere che cosa sia cambiato, durante quei giorni, nella loro vita. Se possono curarsi meglio. Se guadagnano di più. Se i figli trovano lavoro senza dover lasciare l'Italia. Se aprire un'impresa è diventato più semplice. Se le tasse sono più eque. Se la pubblica amministrazione risponde più velocemente. Se il debito diminuisce. Se la scuola funziona. Se il Paese cresce almeno quanto i suoi principali concorrenti. È questa, alla fine, la misura più seria della stabilità. Non quanto dura un governo. Ma quanto produce mentre dura. Aggiornato il 07 settembre 2026 alle ore 10:52
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