Ci sono infiniti percorsi possibili nel programma della Mostra del cinema di Venezia. Ognuno costruisce il suo, in base all'inclinazione personale e alla disponibilità dei biglietti. E ognuno, inevitabilmente, si perde qualcosa. Quindi può darsi che il mio osservatorio parziale, fino a qui, sia affetto da un errore statistico. Ma proprio nell'anno della polemica per le registe donne quasi assenti dalla competizione ufficiale — due su ventidue, di cui una in co-regia —, anche all'interno dei film ho incontrato soprattutto uomini.
Ink, il film di apertura, racconta di un giornalista maschio che vuole a ogni costo trionfare su altri colleghi maschi. Primetime racconta all'incirca la stessa storia. Wild Horse Nine — il solo film che finora abbia incantato gli spettatori in maniera pressoché unanime — ha al centro un'amicizia maschile e di nuovo una rivalità lavorativa. Nello scombinato film di Werner Herzog, Bucking Fastard, le protagoniste sono, sì, due sorelle che parlano in sincrono, ma anche in due hanno a malapena un'interiorità e per lo più sono specchio della brutalità virile che le circonda. La città dei vivi, lo sappiamo, è una storia al maschile, e così via nella stragrande maggioranza dei film che ho visto.
Dal Lido di Venezia sono passati anche i fratelli Gallagher (i cui livelli di testosterone sono noti) per il documentario ipercelebrativo sugli Oasis, e stasera mi attendono quattro ore su Elon Musk che mi spaventano moltissimo. Maschi con maschi, maschi contro maschi, maschi su maschi.
C'è un'interpretazione ovvia di questo squilibrio, e non è detto che sia scorretta. D'altra parte due su ventidue, cioè il nove percento, non può essere un problema esclusivo della Mostra, è chiaramente il sintomo di un problema sistemico. In politica questo è il momento di Donald Trump e compagnia, siamo in un culmine di tossicità machista (ci auguriamo, nel culmine), e perfino la politica nostrana si scrolla felicemente di dosso «il woke» senza aver prima capito di cosa si tratta, e già che c'è anche il dibattito sui generi. Il maschio d'altri tempi si riprende la sua centralità ovunque, perché non nell'arte quindi?
Ma è forse utile andare oltre la constatazione quantitativa e provare a capire che tipologia di maschi viene rappresentata in questa ottantatreesima Mostra del cinema. E gli uomini che sfilano sugli schermi del Lido sono tutt'altro che forti, tutt'altro che ruggenti. Vorrebbero esserlo, ci provano, magari lo sono stati in passato, ma adesso sono per lo più sconfitti e mentalmente incasinati. A distruggerli sono stati soprattutto la smania e l'abuso di potere. Il Robert Pattinson di Primetime vorrebbe castigare tutti i pedofili d'America ma si rivela meno puro di loro e viene castigato a sua volta. Il fondatore del tabloid Sun, in Ink, viene divorato dalla stessa macchina che ha creato.
Altri sono stati piegati dalla violenza della società che si abbatte all'improvviso su di loro. Il veterano di Mr. Nelson, Did You Kill People? è ridotto al silenzio dalle atrocità che ha commesso come occupante in Vietnam e da quelle che ha subito come nero in America. E altrettanto traumatizzato e silenzioso è il lavoratore coreano, licenziato e massacrato dalla polizia durante uno sciopero, di Possible Love.
Anche il padre del protagonista, nel film di Nanni Moretti Succederà questa notte, decisamente non ha incrociato il woke. E nemmeno i femminismi tradizionali. È quasi una caricatura del seduttore invecchiato. Gigione, impenitente, uno che «ama tutte le donne», che vuole vedere a ogni costo Bruce Springsteen dal vivo e butta giù medicine per il cancro insieme al viagra. Ma anche lui, pur in tutta la sua esuberanza, è solo un uomo morente. Se sono stati dei giovani rampanti, dei dominatori, adesso gli uomini stanno tramontando e i film li colgono lì, nell'impotenza, nella rabbia. Molto spesso nell'incapacità stessa di parlare.
Il campione di questo catalogo di uomini al tramonto della Mostra resterà infine il John Malkovich di Wild Horse Nine, un altro morente. Si trova in un punto dove i rimorsi annullano esattamente i successi, dove il potere avuto e le ideologie non hanno più alcun senso e le ambizioni personali sono tutte decadute. Per lui non c'è più niente che abbia valore, se non gli ultimi attimi di meraviglia che l'esistenza, malgrado tutto, è ancora capace di metterci davanti. Un cavallo selvatico. Una ragazza in spiaggia. Le teste enigmatiche dell'Isola di Pasqua.
E poi d'un tratto, in questo panorama maschile desolato, arriva la prima regista in concorso, May El-Toukhy. Con un film su una domestica, ambientato nell'immediato dopoguerra, in Danimarca, nel pieno della caccia ai collaborazionisti dei tedeschi. Una caccia che colpisce con perfidia particolare, tanto per cambiare, le donne, quelle che hanno avuto relazioni ambigue con gli occupanti. Un film dove la protagonista viene continuamente palpeggiata, spogliata, esaminata e terrorizzata dagli uomini che la circondano, per le ragioni più disparate. Un thriller rigoroso e abbagliante, ebbene sì, sulla condizione femminile di allora. Di allora? Woman Unknown, la donna sconosciuta, sbarca nel mezzo della Mostra d'arte cinematografica maschile. E un po' di rossore, un minimo di imbarazzo, ci coglie tutti quanti, dentro e fuori dalle sale.
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