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Gian Stefano Spoto

Tassamontagna

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Un agente di polizia locale punisce con grande serenità i proprietari di molte automobili in sosta vietata. Ma sotto le ruote non c'è asfalto, c'è erba: non di giardini, ci mancherebbe, ma prati immensi di valli un tempo incontaminate, in cui ora ci sono più parchimetri che alberi. La strada porta a Cortina d'Ampezzo dalla val Pusteria, costeggiando il delizioso lago di Dobbiaco, ovviamente visibile previa easy park, mentre quello, un tempo meraviglioso, di Misurina, oggi è semi-prosciugato, con uno spelacchio di isola al centro e l'iconico Grand Hotel incorniciato da un nugolo fittissimo di turisti affannati nel comprare ricordini, trangugiare specialità locali e ammirare il panorama con gli occhi in su, perché il lago è meglio non guardarlo, almeno per ora. È ovvio che il disagio dei vecchi montanari di città non sia la nuova, comunque modesta, voce di spesa colonnine da inserire nel preventivo vacanziero, però il concetto di vita insert and go è lontanissimo dallo stile fluido e rilassato a cui si era abituati da sempre. Ma visto che ora è così, passando da Cimabanche abbiamo investito un paio di monete per fermarci nel punto da cui si vedono le tre cime di Lavaredo, anche se pochi ricordano, o hanno studiato, le scalate di Walter Bonatti negli anni Cinquanta. Il turismo di massa, l'overtourism globale ha trasformato in formicai persino le montagne un tempo regni di silenzi, raccoglimenti, natura vera, non quella degli spot. Qualche settimana fa gli appassionati di valli e vette hanno visto con orrore la foto di file disumane per un bombolone, forse straordinario, forse no, comunque una trovata pubblicitaria che ha funzionato. Poi la storia della pipì sugli Ottomila dell'Everest, inondati (un po' più giù, verso i cinquemila) da seimila litri di urina degli aspiranti scalatori: gli alpipìnisti avrebbero fatto fondere oltre 150 tonnellate di ghiaccio. Volendo metterla per forza in positivo pensiamo che d'ora in poi, quando vedremo code ferragostane per una pizza adriatica, ci consoleremo pensando alle file degli scalatori che attendono di salire sulle vette del mondo. Mai liberare la nostalgia, che in montagna è una bestia molto ringhiosa. Perché la natura un tempo era respiro, raccoglimento, sorrisi dentro e fuori, ritorno a origini che non abbiamo forse mai avuto, ma che amiamo, magari part-time. Ora che le cittadine e i paesotti montani sono sold out, come dicono quelli che sanno, fare amicizia è paradossalmente meno frequente. Perché un tempo c'erano poche famiglie, qualche eremita alberghiero, sempre le stesse persone, ci si conosceva anche senza volerlo, nei quattro gasthof e gasthaus in mezzo a spruzzi di case da mille abitanti o poco più. Gli uffici turistici locali, su segnalazione delle strutture, premiavano gli affezionati con medaglie di fedeltà: dieci, venti, trent'anni nello stesso luogo, spesso nello stesso hotel. Campo Tures, in valle Aurina, organizzò addirittura una festa in piazza per un medico, il professor Francesco Cioffi, sessant'anni di permanenza in un Paese che, negli anni Cinquanta e Sessanta, si trovava nella zona degli attentati terroristici soprattutto ai danni di tralicci dell'elettricità e di statue dell'Alpino che venivano ricostruite sempre più basse, senza le parti distrutte: a Brunico, ad esempio, è rimasta solo una testa con il cappello. Chi camminava nei boschi, magari dopo una pioggia, raccoglieva finferli e porcini, fragoline celestiali, e incontrava rari viandanti che, in Alto Adige, salutava con un sorridente Grüß Gott. Indossava scarpe da passeggiata montana, mentre ora, dal centro di Cortina ai paesini più piccoli, tutti a far salotto con calzature e abbigliamento da alpinismo serio, roba con cui guidare l'automobile o fare la spesa non è comodissimo. È la moda attuale, che vuole far sentire alpinisti tutti i salottieri in quattro per quattro. Su Facebook c'è una pagina dedicata a ogni località, dove i nuovi arrivati si atteggiano a vecchi conoscitori di storie e tradizioni, mentre gli habitué sono sempre più dispiaciuti nel veder scomparire il loro mondo, dove, ad esempio, ogni paesino aveva due botteghe rivali, Gemischtwarenhandlung, qui graziosamente accorciato, senza handlung. Vendevano tutto, dallo spillo agli alimentari, e generavano piccoli confronti: a Monguelfo il marito, magari, preferiva Hellweger e la moglie Sweitzer, che, però, ora, è diventato Coop. O comunque non c'è più, ed è spuntata la cooperativa. A Villabassa qualcosa di simile, a Campo Tures Steger e Leimegger ora vendono abbigliamento e scarpe. Resta la montagna, restano i pratoni, resta la piazza, ora più tranquilla perché minuscole circonvallazioni tolgono dai centri dei Paesi il pesante traffico della strada statale che collega Bressanone con l'Austria. Continuano a esserci tante belle famiglie con ragazzi e bambini educatissimi. Pranzano e soprattutto cenano in ristoranti che servono di tutto, non solo goulash e canederli come mezzo secolo fa. I gestori e i camerieri parlano italiano, quelli giovani molto bene, e non discriminano chi non è di lingua tedesca dicendogli per ore, come facevano una volta, pazienza aspetarre: chiamano addirittura cotoletta alla milanese la wiener schnitzel che servono con limone e non con salsa di mirtilli. Chi legge Alto Adige non guarda più male i fedelissimi di Dolomiten, e viceversa. Come è immaginabile, gli italiani di qualche generazione fa sono scontenti e un po' tristi: questa non è la loro montagna. Erano vaccinati contro la ruvidità dei crucchi, erano felici di rimanere un mese o due in un fazzoletto di mondo con un campanile in mezzo senza mai spostarsi, andando a piedi dove il latte sapeva di latte e il profumo del legno tagliato prometteva che fòrmica e plastica non avrebbero vinto. Vivevano in mezzo a campi da bocce, pesca alla trota che non abbocca, banda della festa al parco dove il figlio del fornaio, ancora quasi bambino, forse domenica debutterà con il suo clarinetto. Nel giardino della famiglia Passler, casetta sulla Rienza, c'era un albero di albicocche: regalavano un vasetto di marmellata all'infermiera di Cremona che li aveva spunzecchiati, e questo significava quasi amicizia. Davanti all'hotel Adler stazionava Maurelio. Forse Marco Aurelio, ma nessuno l'ha mai saputo, come era un mistero se il caffellatte sul suo tavolino fosse sempre lo stesso oppure ne sorbisse un certo numero. Non si muoveva mai, era sempre solo e piuttosto taciturno, ma qualcuno lo consultava descrivendogli i propri mali, che lui comparava con quelli degli amici e spesso di un cognato forse cagionevole, al punto che la sua conclusione era quasi sempre séco siòr!. Il fotografo era anche orologiaio, e non c'era modo di lasciargli un oggetto da riparare senza che lui tenesse una lezione sugli infiniti modelli di bilanciere e su molle introvabili. Tante minuscole storie di montagne divine, storie che non esistono più, ma chi viene da pochi anni si trova bene, perché vive il suo tempo in una regione molto ricca e fortemente fidelizzante dove i prezzi salgono: il mercato affronta richieste sempre maggiori ed è ormai un privilegio trovare un posto letto in alta stagione, anche nei borghi più piccoli e fuori mano. Comunque l'aria, per ora, è gratis, e lo sarà finché qualcuno non penserà di pubblicizzarla come fresca, aromatica, curativa, celeste, pura, frizzante, preziosa, galvanizzante. A quel punto apparirà l'ariometro. E non solo qui. (*) Foto: ©️ Riproduzione riservata Aggiornato il 07 settembre 2026 alle ore 10:58
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