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Riforma del lavoro digitale, quando il capo è un algoritmo

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Il lavoro del futuro potrebbe semplicemente avere capi invisibili, nascosti dietro un algoritmo. È questa, in fondo, la questione centrale affrontata dallo schema di decreto legislativo con il quale il governo si appresta a recepire la direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri in prima lettura prima della pausa estiva, non riguarda soltanto i rider. Il fenomeno del lavoro intermediato dalle piattaforme digitali è ormai molto più vasto e comprende trasporti, consegne, servizi professionali e una crescente quantità di prestazioni svolte online. Secondo le rilevazioni dell'Inapp, sono circa 690 mila gli italiani che ricavano un reddito attraverso le piattaforme digitali, e per una parte consistente di essi questa attività rappresenta una fonte di reddito essenziale. Il primo obiettivo della riforma è affrontare il problema delle false autonomie. Se è la piattaforma a stabilire prezzi, tempi, modalità della prestazione e ad assegnare gli incarichi, l'autonomia rischia di essere soltanto un'etichetta contrattuale. La direttiva europea introduce perciò un principio destinato ad avere conseguenze importanti: quando emergono concreti elementi di direzione e controllo, può scattare una presunzione di rapporto di lavoro subordinato. Non tutti i lavoratori delle piattaforme diventeranno automaticamente dipendenti, ma la sostanza del rapporto dovrà prevalere sul nome scritto nel contratto. È probabilmente qui che nasceranno anche le maggiori difficoltà applicative. Spetterà infatti alla normativa italiana, e successivamente ai giudici, stabilire concretamente dove passi il confine tra autentico lavoro autonomo e subordinazione mascherata. Un confine tutt'altro che semplice da tracciare. La seconda grande novità riguarda il cosiddetto management algoritmico. Oggi un software può decidere chi riceve un incarico, chi viene penalizzato, quale compenso viene proposto e, indirettamente, chi può continuare a lavorare. La riforma introduce quindi maggiori obblighi di trasparenza e il diritto a un controllo umano sulle decisioni automatizzate più importanti. Il principio può essere sintetizzato efficacemente con una formula: l'algoritmo non potrà licenziare. Ma anche qui, bisognerà vedere come il principio potrà essere concretamene declinato nell'attività quotidiana. Tra le novità più interessanti figura anche la possibilità di rendere trasferibili le valutazioni e le recensioni accumulate sulle piattaforme. Per molti lavoratori la reputazione digitale costituisce infatti una parte importante del proprio capitale professionale. Se resta prigioniera di una singola piattaforma, cambiare intermediario può significare ripartire da zero. La riforma parte da un principio difficilmente contestabile: la tecnologia non può essere utilizzata per aggirare le tutele del lavoro semplicemente sostituendo il caporeparto con un algoritmo. Il rischio, tuttavia, è quello di cadere nell'eccesso opposto, trasformando ogni forma di organizzazione digitale in un indizio di subordinazione e imponendo alle piattaforme un groviglio di obblighi difficile da gestire, soprattutto per le imprese più piccole. La domanda, in fondo, è semplice: chi comanda davvero? Il banco di prova del decreto che entrerà in vigore dal 2 dicembre sarà la capacità di dare una risposta concreta a quella domanda. Perché, nel lavoro digitale, dietro l'algoritmo c'è sempre qualcuno che lo ha progettato, che ne decide gli obiettivi e che trae profitto dalle sue decisioni. Riproduzione riservata
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