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Federico Fubini

E se Trump stesse all'Occidente come Gorbaciov è stato alla caduta del Muro di Berlino?

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di Federico Fubini In questa edizione della newsletter, un estratto dal primo capitolo del nuovo libro dell'autore, in uscita domani 8 settembre. Si intitola: «Imperi allo specchio. Dovevamo cambiare la Russia, la Russia ha cambiato noi» (Mondadori) Giorni dopo la sua morte, nel novembre 1982, alcuni funzionari del Cremlino ebbero il delicato compito di aprire i cassetti di Leonid Brežnev (foto sopra). Brežnev era stato segretario generale del Partito comunista dell'Unione Sovietica per quasi vent'anni, l'uomo alla testa di una delle due superpotenze nucleari del pianeta, protagonista dei passaggi più difficili della storia recente. La sua scrivania doveva contenere carte della massima riservatezza, alle quali si poteva mettere mano solo con grande cautela. Fra queste, in un faldone in mezzo ad altre relazioni dedicate ai temi più triviali, emerse un breve documento dalla copertina imbrattata. Non ho idea se qualcuno in quel momento lesse o se si rese conto del contenuto, di certo nessuno lo distrusse. Verosimilmente ci si limitò a trasferirlo là dove doveva andare; da allora è negli archivi del Cremlino. A me lo ha passato lo storico Sergey Radchenko – nato a Sachalin, nell'Estremo Oriente russo, ma oggi cittadino britannico –, che è riuscito a visitare quegli archivi quando ancora erano accessibili. Oggi, non più: entra solo chi riceve un permesso speciale e del resto da qualche anno gli scaffali di antichi documenti conservati sottochiave servono soprattutto a soddisfare, o incendiare, le passioni di Vladimir Putin; chiuso nel suo palazzo, il dittatore si fa portare testi originali del IX secolo o relazioni degli archeologi per approfondire nei minimi dettagli tutto ciò che si può sapere delle origini della nazione russa e dei suoi diritti naturali al suolo del continente eurasiatico. Quel plico trovato nella scrivania di Brežnev era di tutt'altro tenore. È una lettera di poche pagine stese in uno stile duro e diretto, soprattutto se si pensa che era destinata al Politburo del Comitato centrale del Pcus. La data sul frontespizio è il 6 luglio 1968 e quel giorno stesso Brežnev, navigato burocrate, doveva aver immediatamente sepolto tutto in un angolo remoto della sua scrivania a coprirsi di polvere per anni. Eppure avrebbe dovuto prendere sul serio almeno l'autore, perché un giorno questi avrebbe preso il suo posto al vertice dell'Unione Sovietica: Jurij Vladimirovič Andropov. (…)Jurij Andropov sapeva essere un uomo duro, anche spietato. Ambasciatore sovietico a Budapest mentre l'Armata Rossa sopprimeva nel sangue la rivolta ungherese, doveva aver registrato nella sua mente la velocità alla quale un potere in apparenza incontrastato può arrivare sull'orlo del collasso. Ma Andropov era anche un riformatore. Capiva che il partito doveva cambiare il paese, prima che il paese distruggesse il partito. In quello stesso 1968, incontra un giovane brillante dirigente regionale di nome Michail Gorbačëv e da allora ne diventa il grande mentore. Quindi, nell'estate di quell'anno, dopo appena quattordici mesi trascorsi alla testa del KGB, Andropov si decide a mandare la sua lettera riservata a Brežnev e all'intero Politburo. «Considero necessario presentare le mie considerazioni su alcuni aspetti pressanti di politica interna ed estera del Pcus» esordisce. Poi, esaurito un breve preambolo congratulatorio, viene al dunque: «Non si può fare a meno di vedere come il corso degli eventi, tanto nella vita internazionale che nel nostro paese, ci metta di fronte a nuovi complessi problemi che richiedono serie svolte e decisioni importanti. Di cosa stiamo parlando? In primo luogo, dell'economia» scrive il capo del più grande e temuto servizio segreto sovietico. «Ci sono gravi problemi che stanno già iniziando a farsi sentire e in futuro potrebbero portare a conseguenze indesiderabili (…)». La profezia di AndropovAndropov sta spiegando ai dirigenti del partito che il progetto sovietico inizia ad avere l'aria di un cadavere, avviato al naufragio. Nella sua disamina, conferma in anticipo ciò che i consulenti americani della Russia post-comunista avrebbero detto del KGB, per giustificare a se stessi la scelta di collaborare con gli uomini che ne avevano fatto parte: rappresentano ciò che per la Francia sono i diplomati dell'École nationale d'administration, la spina dorsale della classe dirigente. Andropov nella lettera parla dell'«arretratezza scientifica e tecnica» dell'Unione Sovietica (…), dell'esigenza di «migliorare la selezione e la promozione in tutte le aree» perché «si creino le condizioni nel partito per la formazione di personale capace e intraprendente» (sottinteso, meno grigi passacarte e più uomini come Gorbačëv). Ma non è tutto, perché Andropov indica anche gli indizi di quanto sarebbe successo nei decenni a venire: «Il progresso scientifico e tecnologico nel mondo, come sappiamo, sta accelerando. Non è un segreto che persino nei paesi più sviluppati dell'Europa occidentale si sentano voci allarmate sul fatto che gli Stati Uniti li stanno sempre più staccando in sviluppo economico e soprattutto nell'industria, e minacciano di trasformare l'Europa in una sorta di satellite sulla base di quello che Robert McNamara [già segretario alla Difesa americano, allora presidente della Banca mondiale] ha chiamato il 'colonialismo tecnologico'». Queste le stime nella lettera a Brežnev, più di mezzo secolo fa: «Già oggi la produttività di un lavoratore dell'industria in America è del 60 per cento più alta che nella Repubblica federale tedesca, del 70 per cento più che in Francia e dell'80 per cento più che in Inghilterra». Qui Andropov riserva l'affondo più doloroso per l'élite sovietica: «È anche impossibile non notare come gli Stati Uniti stanno sempre più staccando altri paesi nell'introduzione di tecnologie avanzate e nell'uso dei computer. Oggi hanno circa 40.000 computer, in confronto a 2500 nel nostro paese. (…). Il 43 per cento dei giovani di 20-24 anni studia all'università (in confronto al 5-16 per cento nei paesi d'Europa occidentale e 24 per cento nell'Unione Sovietica)». Le conclusioni di Andropov, semplicemente, sono una profezia: «Questi elementi meritano l'attenzione più seria... Stiamo parlando di fattori che in quindici o vent'anni determineranno il volto della Terra e quindi è importante non perderci niente ... Vincere la competizione con gli Stati Uniti solo con gli slogan è impossibile». Conosco poche altre letture dei sintomi di declino di un sistema più precoci e precise di questa, opera di un uomo egli stesso prodotto dal modello di cui mette spietatamente a nudo le disfunzioni. Con vent'anni di anticipo, Andropov capiva dov'era diretta l'Unione Sovietica. Capiva che le trasformazioni tecnologiche a venire avrebbero lasciato indietro anche l'Europa, il suo miracolo economico ridotto ad archeologia manifatturiera. Il medesimo orizzonte temporale che Andropov indica, con precisione clinica, si rivelerà quello della decomposizione del socialismo reale e della caduta del Muro di Berlino. Lui sarebbe asceso al vertice assoluto dell'Unione Sovietica giusto poco prima di allora, alla morte di Brežnev, ormai vecchio e fragile, e quando il suo paese era probabilmente già troppo in là nel processo di disfacimento perché si potesse ancora cambiarne di molto la traiettoria. Andropov, malato di reni, si batterà nei suoi ultimi mesi perché a succedergli sia il suo relativamente giovane protetto Gorbačëv (nella foto sotto, Andropov con un giovane Gorbačëv) e anche in questo i suoi calcoli si riveleranno, dopo la morte, corretti (al termine di un interludio semi-ospedaliero del senile Konstantin Černenko).. Quella lettera di Andropov resta ancora oggi una sorta di messaggio nella bottiglia per noi. Ciò che la rende così piena di significato non è necessariamente il suo contenuto, per quanto accurato, ma forse già all'epoca tanto evidente e condiviso da parti delle élite da poter atterrare sul tavolo del leader dell'Unione Sovietica. Il suo significato profondo è nella sua invisibilità. Il messaggio del disfacimento del sistema era lì, ma era stato subito sepolto in un cassetto come se non fosse neanche mai esistito. Questa stessa invisibilità obbliga a chiederci se esista da qualche parte l'equivalente di una lettera di Andropov sul disfacimento del nostro sistema: un annuncio inascoltato e rimosso del declino delle liberaldemocrazie, con i loro ingredienti di tolleranza, economia e società aperte, separazione dei poteri con pesi e contrappesi del potere esecutivo e una stampa orgogliosa e indipendente all'interno; all'estero, con la libertà di commercio, alleanze di sicurezza fondate sulla condivisione dei valori, il diritto internazionale e la scelta di regolare i dissidi fra Stati attraverso i riti lenti e macchinosi, ma ben incardinati, degli organismi multilaterali formati nel dopoguerra. In sostanza, il destino della lettera di Andropov ci obbliga a chiederci se ne esista anche una che abbia annunciato la fine dell'Occidente; la fine del suo specifico modello di democrazia. Se ci sia stata da qualche parte evidenza delle disfunzioni o dell'emergere di sintomi preoccupanti che abbiamo di proposito ignorato, convinti di essere all'apice del nostro sviluppo e tranquillamente destinati a restarci. Come Brežnev, abbiamo nascosto a noi stessi quei segni del disfacimento, chiudendoli in un cassetto, sperando che diventassero evidenti solo dopo il nostro passaggio? Questo libro vuole indagare attorno una sola domanda: se esiste un messaggio sul declino del nostro sistema che ci siamo rifiutati di prendere sul serio. Naturalmente ne esistono, immagino, un'infinità. Io cerco di occuparmi soltanto di pochi. Non so quanto importanti nel grande disegno della storia, ma finiti in fondo a un cassetto, questo sì. Ed essi riguardano innanzitutto i rapporti psicologici, prima ancora che finanziari e di potere, fra due paesi che continueranno a determinare il nostro modo di vivere e in ogni caso lo vogliono cambiare: la Russia e gli Stati Uniti d'America. Un anno dopo la morte di Andropov, Gorbačëv arriverà sulla scena con tutta l'energia e la freschezza che chiunque gli riconobbe immediatamente. Meno noto è che il nuovo segretario generale del Pcus – così sobrio nello stile di vita, monogamo, disinteressato al denaro, apparentemente incapace di arroganza – trova un ammiratore negli Stati Uniti che sembra il suo opposto: Donald Trump. In quel momento Trump è un costruttore newyorkese di dubbio gusto e dalla reputazione controversa. Ha ereditato (e sviluppato) un patrimonio di hotel, immobili, casinò che ne fa una delle figure più visibili e discusse di Manhattan. Abita a Midtown, sulla Quinta Avenue, in un appartamento di 1850 metri quadri al sessantottesimo piano di un grattacielo al quale ha dato il suo nome e nel quale ha voluto distribuire lettere «T» ovunque. Nell'estate del 1987 Trump si reca per la prima volta a Mosca – scriverà la rivista «Time» – «a portare la sua versione della perestrojka», cioè a sondare se sia possibile aprire un hotel o un casinò anche lì e, benché si renda conto che i tempi non sono maturi, il suo interesse per la Russia non si esaurisce. Nell'autunno di quell'anno legge avidamente il libro di Gorbačëv "Perestrojka" e poche settimane dopo fa in modo di incontrare di persona l'autore durante un ricevimento offerto in onore del leader dell'Unione Sovietica, in quei giorni in visita a Washington. Resta la foto di Trump e Gorby (foto sopra) che si stringono la mano, quasi fossero entrambi dei capi di Stato. "Tassiamo i ricchi, non l'America" Trump in quel momento è un uomo d'affari non fra i più ricchi ma fra i più vistosi e, nota ancora «Time», «non scoraggia le voci sulle sue ambizioni presidenziali». Quando gli chiedono se intenda candidarsi, commenta: «Sono un uomo esplicito e questa non è una buona cosa per un politico. Ma se poi sei eletto, fai il lavoro (…)». Nel settembre 1987, spende l'equivalente di quasi 300.000 dollari attuali per occupare intere pagine di inserzioni sul «New York Times», sul «Washington Post» e sul «Boston Globe» con la sua «Lettera aperta di Donald J. Trump sul perché l'America dovrebbe smettere di pagare per difendere Paesi che si possono permettere di difendersi da soli». (…): «La protezione del mondo da parte nostra vale per questi paesi [gli alleati] centinaia di miliardi di dollari e il loro interesse in essa è molto superiore al nostro» scrive. «Tassiamo questi paesi ricchi, non l'America. Mettiamo fine ai nostri enormi deficit, riduciamo le nostre tasse e permettiamo all'economia americana di crescere senza intralci per i costi di coloro che possono facilmente permettersi di pagarci per la difesa della loro libertà. Non permettiamo più che si rida del nostro Paese.» Il pensiero politico di Trump è in qualche modo già formato, quando cerca in tutti i modi di incontrare Gorbačëv per la seconda volta. In vista di un nuovo viaggio del leader sovietico negli Stati Uniti per la firma di un accordo di disarmo, nel dicembre 1988, Trump lo invita a pranzo a casa sua. Quello accetta. L'immobiliarista newyorkese è così entusiasta che con una decina di giorni in anticipo racconta al «New York Times» come si immagina la visita: avrebbe mostrato al dirigente comunista l'atrio della Trump Tower con marmi color pesca, il suo ufficio al ventiseiesimo piano, un appartamento con piscina «virtualmente di dimensioni regolamentari» al sessantesimo e naturalmente il suo triplex al sessantottesimo. «Non cercherò di fare altro se non di fargli sapere che i nostri due grandi paesi dovrebbero andare d'accordo» dice. Qualche giorno prima Gorbačëv fa saltare l'appuntamento, ma ormai questo era stato talmente pubblicizzato che qualcuno gioca a Trump uno scherzo crudele: viene assoldato un buon sosia del leader sovietico (inclusa la chiazza sulla fronte), che arriva con limousine e guardie del corpo sotto la Trump Tower, salutando la folla davanti alle telecamere; il tycoon esce in strada, gli va incontro, gli stringe calorosamente la mano sul marciapiede e gli dice che non potrebbe essere più felice (…). È stato Ivan Krastev ad aprirmi gli occhi sull'attrazione che Trump provava per Gorbačëv e da allora mi sono chiesto cosa ci trovasse un tycoon newyorkese in un uomo che antropologicamente gli era del tutto alieno. In realtà, è ovvio. Oggi sappiamo che il destino e il ruolo di Gorbačëv nella storia sono stati di incarnare e accelerare la distruzione del proprio sistema. Con la sua intelligenza da rabdomante, Trump deve averlo trovato carismatico e (…) irresistibile per questo. Per Trump, Gorbačëv non è l'uomo vissuto in carne e ossa, è un modello: il politico capace di condurre in acque inesplorate non solo il suo Paese, ma l'intero sistema; il funzionario capace di rimettere in discussione e stravolgere la pratica del potere, il governo dell'economia, l'ideologia (o i valori, preferiamo dire noi in Occidente), la rete delle alleanze, le relazioni internazionali; il leader disposto e anzi quasi impaziente di rinunciare a un impero in Europa, o almeno a un protettorato. Nessuno mi toglie dalla testa che l'ossessione di Trump per il Nobel per la Pace non nasca dal fatto che lo ha vinto Barack Obama (…), ma dal fatto che lo ha vinto Gorbačëv, che per il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti – in qualche strano modo – resta una fonte di ispirazione. Gorbačëv naturalmente è anche il leader che dopo i primi tempi pieni di energia e sorprese si impantana, si perde in un labirinto, non riesce a disegnare un futuro ma non può più tornare al passato che ha smontato pezzo per pezzo; anche se fosse possibile ricostruirlo, tutti sanno a questo punto che non è più per sempre. Fino alla decomposizione e al formarsi di qualcosa di nuovo, mentre l'ultimo leader sovietico è occupato ormai a girare una pubblicità per Pizza Hut come una vecchia gloria della televisione. E se Trump stesse all'Occidente come Gorby è stato alla caduta del Muro di Berlino? (…) Oggi sappiamo anche che è naufragata la transizione della Russia, voluta e guidata dall'Occidente, verso un modello di economia, politica e società che somigliasse a quello che Francis Fukuyama vedeva come vincente alla «fine della storia». L'avversario storico della guerra fredda è tornato a essere una potenza autoritaria e aggressiva, anche più di allora. E invece di rendere la Russia più simile all'idea che avevano di sé, gli Stati Uniti stessi stanno assumendo nel tempo alcune delle caratteristiche oligarchiche della Russia; non senza l'aiuto di quest'ultima. Intanto la potenza che perse la guerra fredda si dimostra decisa a rivedere i termini della sistemazione fra Stati e il controllo dei territori in Europa, impaziente di riscrivere gli accordi che presero forma dopo la caduta del Muro. Ricordano – in questo – il modo in cui il fascismo in Italia e il nazismo in Germania nascono dopo la Prima guerra mondiale per rivedere i termini di una pace «iniqua». Il risentimento di Vladimir Putin per l'allargamento della NATO e dell'Unione europea in Europa centrale suona un po' come quello del fascismo per la «vittoria mutilata», o quello del nazismo per il Trattato di Versailles del 1919. Su questo terreno lui e Donald Trump sono implicitamente alleati per portare all'Unione europea qualcosa di uguale e contrario, per il nostro mondo, alla caduta del Muro di Berlino. (…) Un quarto di secolo prima di entrare in politica, Trump compare già (nel libro di Fukuyama sulla 'Fine della storia' come emblema del lato deteriore del modello che sembrava aver prevalso, il suo prodotto più frivolo. Accusa ingiusta, se rivolta a un solo individuo. L'autocompiacimento e la perdita di senso della misura delle élite americane dopo la fine della competizione ideologica con l'Unione Sovietica arrivavano molto oltre il sessantottesimo piano della Trump Tower. Erano in gran parte altrove, anche a Washington. Quell'autocompiacimento, quell'eccesso nella sicurezza di sé, quella perdita del senso della misura mineranno alla base la società americana e contribuiranno al fallimento degli Stati Uniti nell'accompagnare la transizione della Russia post-sovietica, fino all'avvento di Putin e della sua agenda revanscista. In questo la caduta del Muro, oltre a essere la fine del blocco sovietico, potrebbe essere stata anche la fine dell'Occidente. E il declino delle due superpotenze così a lungo avversarie rivela, fra le differenze, sorprendenti similarità. Il feedback dei lettori è importante, la vostra "raccomandazione" pure. Se questa newsletter vi è piaciuta, dite agli amici di abbonarsi! Se volete scrivermi, questa è la mia email: ffubini@corriere.it
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