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Il Commento

Ai progressisti per vincere serve un federatore

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È proprio una questione di 'lunga durata', per usare l'espressione della scuola storica delle Annales. E che si ripresenta invariabilmente sui due versanti delle Alpi proiettati verso un 2027 di elezioni decisive: l'eterno scontro tra la sinistra radicale e quella riformista, all'origine della 'sindrome della scissione permanente'. Un cleavage ereditato dal Secolo breve novecentesco – la frattura profonda tra socialisti e comunisti –, che si ripresenta con formule di volta in volta rinnovate. In termini meramente aritmetici – certo, la politica non è matematica, ma i numeri rimangono come sempre essenziali –, la sinistra non vince se non tiene insieme tutte le sue anime e correnti (dovendo, inoltre, aggiungere altri consensi provenienti da gruppi più moderati). E questa lacerazione, che ha natura strutturale, appare destinata a non trovare mai una soluzione definitiva, se non sotto la forma (peraltro spesso fragile) di quello che, nel lessico politico e giornalistico, viene definito il 'federatore', come avvenne con François Mitterrand in Francia, e come è accaduto con Romano Prodi dalle nostre parti. Dal momento che, il più delle volte, i programmi non bastano a fare da collante o cerniera, in assenza di questa tipologia di figura carismatica o, quanto meno, di un mediatore sufficientemente ecumenico, le tensioni – un mix micidiale di personalismi e rigidità 'ideologiche' – sono destinate a covare sotto la cenere, per poi, immancabilmente, riesplodere, travolgendo coalizioni e cartelli elettorali progressisti. E qui emerge qualche asimmetria tra la Francia e l'Italia, dove, una volta tramontata la Nupes (Nouvelle Unione populaire, écologique et sociale) transalpina, lo stato dell'arte dell'alleanza sembra 'paradossalmente' più avanzato. Con una solidità organizzativa e una spinta dei vari partiti di sinistra a presentarsi uniti decisamente superiore a quanto succede Oltralpe, come pure, per converso – e anche questo va riconosciuto – una minore capacità di elaborare visioni e narrazioni in grado di orientare l'agenda del discorso pubblico. A Parigi, a sinistra il dibattito è vivo, persino feroce, ma polarizzato intorno a un dualismo paralizzante, declinato nella competizione politico-culturale (e quasi 'antropologica') fra Jean-Luc Mélenchon e Raphaël Glucksmann. Due traiettorie speculari e destinate all'incompiutezza. Animato da una marcata volontà egemonica, forte di maggiori consensi e di un radicamento indiscutibile nelle periferie e nelle fasce più radicalizzate, il tribuno del popolo a capo de La France Insoumise rappresenta una sinistra identitaria che sa mobilitare, ma non attrae nessuno (anzi, spaventa) al di là delle sue cerchie. Dall'altro lato, il candidato alle presidenziali di Place publique incarna un riformismo europeista, portatore di proposte ragionate e sintonizzate con le sfide della transizione ecologica e dell'allargamento dei diritti, ma debole sotto vari profili (dalla capacità di leadership alla comunicazione). L'unione fa(rebbe) la forza, ma con questa competizione interna (in Italia quella tra Elly Schlein e Giuseppe Conte) e la spinta incessante alla radicalizzazione non si vede l'emergere di una 'forza tranquilla' in grado di prevalere. A meno che i leader delle sinistre fra loro concorrenti non si convincano, per l'appunto, della necessità di fare un passo di lato individuando un federatore. Come avrebbe detto il generale De Gaulle, un (troppo) «vasto programma»...
Ai progressisti per vincere serve un federatore
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