Il capolavoro di Antonelli a Monza vale molto di più di quanto si pensi
Kimi Antonelli (foto LaPresse)
Sessant'anni. Bisogna tornare al 1966 e a Ludovico Scarfiotti, per trovare l'ultima volta in cui un pilota italiano ha vinto il Gran Premio d'Italia davanti al proprio pubblico. Domenica quel digiuno si è chiuso, e nel modo più clamoroso possibile: Andrea Kimi Antonelli, ventenne di Bologna, ha vinto a Monza partendo dal diciannovesimo posto. Ventisei sorpassi in pista, un passo gara inarrivabile per il resto del gruppo, un duello finale contro il proprio compagno di squadra George Russell vinto sul filo dei giri che restavano. E un attacco dirompente al semaforo verde con una serie di sorpassi impressionanti che lo hanno portato in nemmeno cinque giri a metà gruppo, con un forcing rabbioso, purtroppo ignorato dalla regia.
Se in Formula 1 esiste ancora spazio per la parola "capolavoro", questa domenica di settembre lo merita per intero.
Da diciannovesimo a primo, senza sconti
Il punto di partenza era già una beffa: Antonelli, leader del mondiale, relegato in fondo alla griglia per una penalità sul cambio di power unit. Uno scenario che avrebbe scoraggiato chiunque e che invece lo ha esaltato trasformandosi nell'innesco perfetto per una delle rimonte più belle viste in una Formula 1 sempre più pianificata e sempre meno istintiva.
Rientrato in zona punti dopo pochi chilometri, Antonelli non si è accontentato: ha attraversato il gruppo con un passo che nessun avversario è riuscito a replicare, complice anche la bandiera rossa scattata per il violento incidente di Charles Leclerc all'Alboreto - trenta minuti di sosta forzata che hanno riacceso tutti i giochi a metà gara.
Alla ripartenza, la vera battaglia si è consumata tutta internamente alla Mercedes. Antonelli ha inseguito il compagno di squadra George Russell, provando un primo assalto forse anche troppo rischioso alla Prima Variante che lo ha spedito nella ghiaia, salvo rimettere in pista la vettura con una scodata formidabile e riorganizzare l'inseguimento con una lucidità cinica e feroce. A cinque giri dal traguardo Russell era raggiunto. All'Ascari, la curva che lui stesso aveva indicato alla vigilia come la sua preferita, lo ha superato definitivamente, involandosi verso il traguardo con 3"857 di vantaggio. Alle sue spalle, un ottimo Max Verstappen a completare il podio, mentre le McLaren di Norris e Piastri si accontentavano di quarto e quinto posto, a distanza siderale dal duello di vertice.
Il paradosso della vittoria
C'è una lettura di questa vittoria che vale la pena riportare perché ribalta l'intuizione più ovvia. Il vero motore della rimonta di Antonelli è stato, paradossalmente, la totale assenza di pressione: da leader del mondiale non aveva nulla da dimostrare, e partendo diciannovesimo non aveva nulla da perdere. Non essendosi mai permesso di sognare il gradino più alto del podio prima del via, Antonelli si è liberato anche della tensione da smaltire una volta tagliato il traguardo. Un cortocircuito psicologico che pochi piloti saprebbero gestire con la stessa naturalezza mostrata da un ventenne al suo secondo anno di Formula 1. "Non potevo immaginare di essere qui oggi, ma ce l'abbiamo fatta", ha detto ai microfoni subito dopo la vittoria, con la voce ancora rotta dall'emozione.
Quel nome che non è un omaggio a nessuno
C'è un piccolo aneddoto che vale la pena raccontare, perché smentisce una leggenda che circola da anni. In molti, sentendo il nome "Kimi" accanto ad Andrea Antonelli, hanno pensato a un omaggio a Kimi Räikkönen, campione del mondo con la Ferrari nel 2007, velocissimo, ma profondamente diverso da lui sotto l'aspetto tecnico e istintivo.
La suggestione è comprensibile: Antonelli nasce nel 2006, proprio negli anni in cui il finlandese dominava i paddock. Ma non c'è nessun omaggio all'anagrafe. Kimi è il suo (vero) secondo nome anagrafico - tanto vero che, come ha precisato la madre Veronica, non c'è nemmeno la virgola dopo Andrea. A suggerirlo fu Enrico Bertaggia, amico di famiglia ed ex pilota, quando Marco Antonelli cercava un nome che suonasse bene accanto al cognome e non riusciva a trovarlo. Nessun omaggio calcolato: solo un amico con buon orecchio che sosteneva che quelle due sillabe stavano bene tra Andrea e Antonelli.
Con il tempo, però, la coincidenza è diventata quasi profetica, al punto che Toto Wolff ha deciso di usare i due nomi come codice personale nelle sue valurazioni dal muretto: "Andrea" quando il ragazzo sbaglia, "Kimi" quando lo elogia. Anima e nemesi.
A Monza si è sentito chiamare soltanto Kimi.
Mamma Veronica
Di Veronica, la madre, c'è anche un altro dettaglio che i tifosi più affezionati conoscono bene. Al collo, sotto la tuta, Antonelli porta sempre una collanina con un ciondolo a forma di coda di balena: gliela comprò lei in Sardegna, durante una vacanza di famiglia, quando il figlio aveva dodici anni. Da quando è esploso il suo successo, le vendite di collane simili sui siti di artigianato sono schizzate alle stelle. Non è un vezzo da campione già consapevole della propria immagine: è il souvenir adolescenziale di un'estate qualunque, portato addosso come promemoria di una radice più importante di qualsiasi altra.
Un campionato che ormai porta il suo nome
Sul piano sportivo, la vittoria di Monza consolida in modo quasi definitivo il primato di Antonelli nel mondiale: il vantaggio su Russell sale a sessantasei punti. È la settima vittoria in carriera per un pilota debuttante nel 2025, un ritmo che ha già superato il record stagionale italiano di Alberto Ascari, sei vittorie nel 1952. La Ferrari, che lo aveva corteggiato quando aveva appena undici anni salvo fare marcia indietro temendo di non poter sostenere un talento così giovane, oggi lo vede sfrecciare davanti a tutti con i colori di un altro marchio: un aneddoto che a Maranello, con ogni probabilità, qualcuno preferirebbe non ricordare e che ricorda, purtroppo, quanto degli ultimi anni in scuderia poco sia stato pianificato pensando al futuro a lunghissimo termine.
Un contrasto che pesa il doppio
… E poi c'è l'altra faccia della domenica di Monza. Mentre l'Italia festeggiava il proprio pilota, la Ferrari viveva uno dei weekend più amari degli ultimi anni in casa propria: Leclerc, dopo aver messo in difficoltà lo stesso Hamilton alla Prima Variante, in modo più ottuso che combattivo, è finito violentemente contro le barriere all'Alboreto, mentre Hamilton ha dovuto ricostruire faticosamente la propria gara fino a un sesto posto di consolazione. Il pubblico di Monza si è ritrovato a esultare per un pilota Mercedes mentre le Ferrari uscivano di scena nel modo peggiore possibile, proprio davanti ai propri tifosi. Una beffa che la Formula 1, con la sua crudeltà elegante, ha reso ancora più evidente mettendo le due storie sullo stesso tracciato, nello stesso pomeriggio. Il popolo in rosso che è corso sotto il podio per Antonelli non ha tradito la propria passione per la Ferrari: ha semplicemente riconosciuto che quel pilotino italiano, con la sua passione e la sua determinazione, merita non solo il dovuto rispetto. Ma anche un affetto incondizionato…
La sveglia che l'Italia forse non si merita
C'è poi un parallelismo impossibile da non fare, forse anche troppo sfruttato, ed è quello con Jannik Sinner. Due ragazzi cresciuti lontano dai riflettori dei grandi centri urbani - Bologna per Antonelli, San Candido per Sinner - arrivati alla vetta assoluta dei rispettivi sport prima dei venti anni, con una dedizione quasi monacale che nella loro generazione è merce sempre più rara.
Non stiamo parlando di exploit improvvisati: Sinner e Antonelli sono due ragazzi estremamente normali. Ma sono anche il prodotto di migliaia di giornate in cui quando nessuno li guardava hanno comunque scelto di allenarsi lo stesso. Viviamo in un'epoca in cui gli adolescenti italiani passano ore ogni giorno davanti a uno schermo, in cui la pratica sportiva regolare tra i più giovani cala di anno in anno, in cui il sacrificio prolungato nel tempo è sempre più percepito come opzionale rispetto alla gratificazione immediata di un contenuto scrollato in pochi secondi.
Soldi subito. O meglio cash anyway. È il tormentone della generazione Alpha. Anche a costo di procurarseli in modo illecito.
Non è dunque retorica da prima pagina chiedersi se le storie di questi due fuoriclasse possano davvero smuovere qualcosa. Ma se anche un solo ragazzino, vedendo un ventenne bolognese risalire dal diciannovesimo posto fino alla vittoria a forza di disciplina e testa bassa, decidesse di alzarsi dal divano un pomeriggio in più a settimana, spegnere il telefonino e dedicarsi a qualcosa che non sia l'esercizio dei pollici opponibili, la vittoria di Monza avrebbe già lasciato qualcosa di più importante di un trofeo.
Alla fine, Monza 2026 resterà negli annali per due ragioni opposte e complementari: la consacrazione definitiva di un campione italiano che il motorsport aspettava da sessant'anni, e l'ennesima conferma che per la Ferrari, quest'anno, anche la gara di casa non porta consolazione. Quella di Antonelli, invece, è una storia appena cominciata, e a giudicare da come l'ha scritta domenica, promette di essere lunga - e magari, chissà, capace di ispirare qualcuno anche fuori dal mondo dei motori. Impossibile non ammirarla con affetto e gratitudine.
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