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Fine vita, l'opinione: «Un conto è accettare la morte e consegnarsi. Un conto è allearsi con lei»

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«La autodeterminazione umana subisce un primo grave colpo nel momento in cui si viene al mondo. Veniamo concepiti e nasciamo senza che nessuno ci abbia chiesto il permesso. Qualche volta si viene al mondo per soddisfare desideri egoistici, affettivi e narcisistici, di chi desidera il figlio quasi come ornamento e completamento di sé, magari proiettando su di lui i propri desideri e progetti irrealizzati, aumentando a dismisura il carico sulle sue spalle. La autodeterminazione umana subisce un secondo formidabile colpo quando si apprende che si dovrà morire. Alla morte non si scappa. La autodeterminazione umana subisce, poi, innumerevoli colpi quando ci si rende conto che nella vita non si può fare sempre ed a tutti i costi quello che si vuole. Occorre sovente scendere a patti, e compromessi. Tuttavia, secondo la corrente interpretazione dell'art. 8 della Dichiarazione Europea dei Diritti dell'Uomo, relativa al diritto alla vita privata e familiare, ciascuno deve essere libero di decidere, meglio: determinare, che famiglia vuole, che vita vuole, e anche come e quando finirla, la vita. Religione, famiglia, vita: tutto si deve esaurire nella sfera privata e nelle insindacabili scelte personali. Niente di assoluto, quindi. Tutto relativo. Ma se tutto è relativo, niente è relativo, perché la affermazione che tutto è relativo implica un assoluto, cioè che tutto è relativo, e contraddice se stessa. Il relativismo non può quindi essere un assoluto.La autodeterminazione umana, così come ce la raccontano, è una illusione. Potremmo dire un mito, che tradisce la vera e più profonda ambizione dell'uomo che non riconosce l'Assoluto: essere dio. Un dio capace di decidere che cosa è bene e che cosa è male. Che cosa è il suo bene, e che cosa il suo male. In realtà che io viva, essendo venuto al mondo, interessa anche al mondo, alla società, ai miei genitori, ai miei figli, agli amici, al mondo del lavoro ai quali in qualche e diverso modo ciascuno di noi appartiene. Che io viva, essendo malato, interessa a chi mi vuole bene, a chi mi cura, a chi dal mio dolore trae lezioni di vita. La mia malattia può essere fonte di bene, un motore potente di bene, scaturigine di solidarietà, di cura, di affetti e, magari, anche di intenerimento di cuori duri, di conversione al bene di animi cinici, increduli e riluttanti. La mia sofferenza può non essere inutile. La sofferenza non è mai inutile. La Costituzione poi mi chiede di impegnarmi per dare fattivamente il mio contributo alla società. La mia vita, come il mio matrimonio, la fede che professo, non possono essere un fatto privato, ma sono un fatto pubblico. In qualche modo di tutti. Per questo la vita è il bene primario, radice di tutti gli altri, ed è indisponibile. E, per singolare paradosso, non solo devo vivere pur non avendo chiesto di venire al mondo, ma devo pure darmi da fare e prendermi le mie responsabilità. Della mia vita rispondo. La mia anima, la coscienza della mia dignità si sentono atrofizzare e morire se non sviluppo le mie possibilità in un lavoro, in una famiglia, in un contributo fattivo da offrire ai miei simili. Anche spirituale, dice la Costituzione. Vivere, quindi, è un dovere. Non certo vivere a tutti i costi. Ma vivere nella misura in cui mi è permesso di farlo. Permesso da tanti fattori, tra i quali la malattia, la sofferenza, la morte. La morte verrà, ed avrà i tuoi occhi, dice, oltre al titolo di uno scritto di Cesare Pavese (morto suicida), una impressionante serie di fotografie di Mario Giacomelli. Ma un conto è accettare la morte, e consegnarsi ad essa. Un conto è allearsi con lei. Accettare la morte che viene è un atto di umiltà. Darsela è un atto di superbia, di ribellione. Dato dalla disperazione, non c'è dubbio, e meritevole di incommensurabile pietà. Ma un atto nel quale l'uomo si pone come dio della sua vita (e della sua morte). In certe condizioni anch'io chiederei, come fece San Giovanni Paolo II, di essere lasciato andare. La sofferenza e la morte mi intimoriscono. Per molto meno di una malattia, in certe situazioni difficili certamente tutti abbiamo desiderato seriamente di morire. Ma l'albero della vita non è attingibile dalla mano dell'uomo, l'accesso gli resta precluso. E darsi la morte non cambia di certo le cose». Livio Podrecca, presidente dell'Unione giuristi cattolici di Piacenza
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