di Daniele Manca
In Italia il venture capital cresce, ma non abbastanza. A pesare di più, però, è la solita scarsa propensione al rischio di investitori istituzionali e privati
Dobbiamo crescere di più. Un imperativo che ci perseguita da anni, ma che adesso con la fine del Pnrr è diventato ancora più decisivo. Spesso si fa riferimento al risparmio che giace sui conti correnti bancari o investito in case e obbligazioni. Una proverbiale repulsione al rischio. Ma anche un circolo vizioso nel quale siamo caduti. L'esempio è dato dal venture capital. E cioè soldi investiti in start up o aziende giovani che hanno forti potenzialità di sviluppo. Secondo i dati di Dealroom.co siamo stati capaci di creare 15 unicorni (start up valutate tra uno e 10 miliardi) e addirittura due decacorn, società che valgono più di 10 miliardi. Facile pensare che si tratti di Bending Spoons e di Technoprobe che costruisce schede per la verifica dei chip tra i decacorn, mentre fra gli unicorni troviamo Satispay, Domyn, Namirial e via dicendo. Questo significa che non abbiamo perso le capacità imprenditoriali.
Secondo l'«EY venture capital barometer» nel 2025 la crescita degli investimenti nel settore è stata del 32% raggiungendo tra 1,5 e 1,7 miliardi. Peccato che, come sottolineato da EY, in percentuale rispetto al Pil la Francia vede investimenti in venture capital pari allo 0,22%, la Spagna allo 0,16%, la Germania allo 0,15. Noi allo 0,07%. In valori assoluti in solo sei mesi il Regno Unito ha fatto investimenti per 14,4 miliardi di sterline, quasi 17 miliardi di euro, avviandosi a superare il record del 2021 di 26 miliardi. I motivi del nostro ritardo sono noti. Mancanza di grandi fondi di investimento, ma soprattutto una generale, da parte di istituzioni finanziarie e cittadini, scarsa attitudine al rischio. Creiamo start up, ma non gli diamo capitali e quelle che sono in procinto di crescere trovano al loro fianco fondi esteri. O devono, come Bending Spoons, quotarsi a Wall Street. Il governo, ma anche l'opposizione, potrebbero fare tanto. Basterebbe agevolare non solo il risparmio in titoli di Stato, ma anche quello in attività produttive (come in Svezia). Ma se i nostri decisori politici pensano ancora che siano cose da speculatori... di speranze ne abbiamo poche.
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