In un tempo caratterizzato da un fenomeno non trascurabile come l'overtourism come si spiega l'altra metà della luna: la solitudine? C'è una tesi, che di primo acchito, può sembrare bizzarra: la metafisica ha la sua «radice prima», come si esprimeva Simone Weil, nella solitudine. Come a dire che l'esser soli, il sentirsi soli, non è tanto il frutto della società del benessere quanto la natura della «natura umana» che pur di non esser disperatamente sola nell'universo ha creato la metafisica per trovare un posto nel cosmo esattamente come ogni stella ha il suo posto nel firmamento.
Dopotutto, i due atti fondamentali della nostra esistenza, nascita e morte, li affrontiamo in solitudine ma — ecco il punto — anche se nel mezzo c'è una gran folla continuiamo vivendo ad esser soli o per scelta (solitude) o per passività (lonelinnes) o per entrambe le condizioni: scelta sofferta. È su questi presupposti che è nato il Festival della Solitudine, presentato a Merano in anteprima il 29 e 30 agosto a chiusura di un'estate lunga e calda che è un tempo nel tempo in cui la solitudine grida, inascoltata, di più.
Tra tanti festival inutili (sono migliaia e tra di loro si fanno compagnia contro la solitudine) questo ha non solo una sua utilità ma anche un senso: gli esperti della solitudine parleranno alle folle solitarie che caratterizzano il nostro tempo e che si muovono, di luogo in luogo, di città in città, di spiaggia in spiaggia e di montagna in montagna (ricordate Roccaraso?) per sfuggire la loro fedelissima compagnia: la solitudine.
La verità è che si può essere soli in compagnia e in compagnia soli.
La mia solitudine, amava dire Nietzsche che è senz'altro un buon autore da Baci Perugina come ironizzava Gianni Vattimo, non dipende dalla presenza o assenza di persone e, al contrario, bisogna allontanare chi ruba la nostra solitudine senza, in cambio, offrirci una vera compagnia. Che è, se ci riflettiamo, il segreto della vita solitaria in compagnia.
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