Tra i bluff di Putin e i "costruttori" di Trump per l'Ucraina la pace resta lontana
Ma che sorpresa: l'ennesimo viaggio degli uomini scelti da Trump per trattare con Mosca non sembra aver prodotto molto. Il solo risultato tangibile è stata una temporanea sospensione degli attacchi sulle capitali, concordata soprattutto per garantire la sicurezza degli inviati americani.
Colpisce soprattutto che Trump continui ad affidare una trattativa diplomatica di questo livello a Steve Witkoff e Jared Kushner, due uomini che arrivano prima di tutto dal mondo degli affari e dell'immobiliare. Non sono privi di esperienza diplomatica, ma restano figure esterne alla diplomazia professionale americana e legate personalmente alla cerchia del presidente.
Trump dispone di diplomatici di lungo corso, di un Dipartimento di Stato e di un segretario come Marco Rubio. Eppure preferisce Witkoff e Kushner. La spiegazione più plausibile è che creda davvero che le regole della trattativa commerciale possano funzionare anche in geopolitica: pressione, minacce, incentivi, vantaggi economici e infine il 'deal'. Il problema è che il mondo non funziona sempre così.
La trappola della propaganda
Putin, per esempio, non ha scatenato questa guerra per fare soldi. La guerra sta costando enormemente alla Russia. Il suo obiettivo è prima di tutto politico e imperiale. Per lui l'economia è uno strumento della potenza, non necessariamente il fine ultimo.
Trump sembra invece concepire spesso la politica internazionale come una grande trattativa nella quale, alla fine, tutto può avere un prezzo. Putin ascolta, sorride, mantiene aperto il dialogo e poi continua a perseguire i propri obiettivi.
Questo è il primo motivo per cui dai colloqui potrebbe non venire molto. Il secondo è forse ancora più interessante.
Il nodo strategico
Secondo Reuters, che cita una fonte vicina al Cremlino, Putin sarebbe convinto - sulla base dei rapporti ricevuti dai suoi comandanti - che l'esercito russo possa conquistare entro la fine dell'anno la parte della regione di Donetsk ancora controllata dall'Ucraina. Qui nasce una domanda: quanto sono affidabili le informazioni che arrivano al Cremlino dal fronte?
Il fronte terrestre resta in larga parte statico. Le forze russe continuano ad avanzare in alcuni settori, ma molto lentamente. Mosca ha conquistato territorio nel 2026, però a un ritmo che rende estremamente ambiziosa l'idea di vedere Kramatorsk e Sloviansk cadere entro pochi mesi.
Eppure negli ultimi mesi sono emerse più volte forti discrepanze tra le conquiste rivendicate dalle gerarchie militari russe e quelle documentabili sul terreno. Gerasimov ha più volte presentato dati e mappe molto più ottimistici rispetto a quanto verificabile attraverso immagini satellitari, video geolocalizzati e fonti indipendenti.
Non serve immaginare una congiura militare per mentire a Putin. Nei sistemi fortemente verticalizzati può accadere qualcosa di molto più semplice: ogni livello della catena di comando tende a presentare al superiore la versione più favorevole possibile della realtà. Un successo viene gonfiato, una difficoltà ridimensionata, un obiettivo descritto come vicino. E il rapporto, salendo di livello in livello, finisce per trasformarsi.
Se Putin ricevesse davvero un quadro sistematicamente troppo ottimistico, molte delle sue scelte diventerebbero più comprensibili: la chiusura verso un cessate il fuoco, la convinzione che basti ancora qualche mese, la disponibilità ad ascoltare gli americani senza concedere nulla e soprattutto la certezza che il tempo lavori per Mosca.
È possibile che la frase attribuita a Putin sia soltanto una dichiarazione muscolare per rafforzare la posizione russa nelle trattative. Ma è anche possibile che al Cremlino si sia consolidata una percezione distorta della guerra.
Era già accaduto alla vigilia dell'invasione del 2022, quando i piani russi sembravano basarsi su valutazioni completamente errate sulla resistenza ucraina e sulla reazione occidentale. Se oggi Putin fosse nuovamente vittima di informazioni troppo ottimistiche, ogni tentativo diplomatico sarebbe destinato a fallire finché Mosca continuerà a credere che il successo militare sia a pochi mesi di distanza.
Ed è forse questa la domanda più importante: non che cosa Putin voglia ottenere dalla guerra, ma che cosa creda davvero di sapere su come la guerra sta andando.
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